Tutto il resto

Casta che vince, casta che perde. Come intervenire sui costi della politica oltre i gesti simbolici

sabato, febbraio 4th, 2012

Che la politica e i suoi costi dovessero tornare prepotentemente al centro del dibattito pubblico, specie in questa fase di enormi sacrifici per i cittadini, era fuori discussione. Ma che se ne stia parlando stavolta senza scadimenti demagogici, quando invece in passato non si faceva altro che inveire propagandisticamente contro la “casta” per lasciare poi sempre inalterate le cose, è il vero elemento di novità probabilmente favorito dal clima di sobrietà e di rigore inaugurato dal governo dei tecnici e dal consenso che questo riscuote nella comunità.

Ad osservare bene il quadro complessivo della nostra società, si avverte infatti che i feroci istinti improntati all’antipolitica stanno via via cedendo spazio a un più razionale sentimento di responsabilità pur nella netta rivendicazione di chiari segnali di rinnovamento, almeno fra i cittadini stessi che comprendono che certe misure “rivoluzionarie” sono a questo punto inevitabili e che il bene comune deve rappresentare finalmente l’orizzonte condiviso da tutti.
Il 17 febbraio prossimo, per uno strano scherzo del destino, cadrà il ventennale dall’esplosione di tangentopoli. Una pagina fosca della nostra vicenda nazionale dalla quale si provò ad uscire anche allora affidando le speranze di salvezza alla competenza del tecnico Ciampi e dei suoi ministri, in una cornice caratterizzata da agitazioni popolari forse ancora più accese delle attuali. In quel caso si protestava contro la diffusa corruzione dei partiti e le presunte connivenze fra Stato e mafia (si era alla vigilia delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio), e comunque emergeva una possibile alternativa sul piano politico grazie all’impegno del vasto e trasversale movimento referendario promosso da Mario Segni e dal solito attivismo dei Radicali.
Oggi, al contrario, non si riesce a intravedere nessuna opzione credibile e affidabile in grado di subentrare alla fallimentare seconda repubblica, sorta proprio sulle ceneri dell’esperienza precedente rimossa a furor di popolo, tanto che l’ostilità non si manifesta più verso i partiti come vent’anni fa ma si rivolge alla politica – e quindi al sistema – in senso ampio. E quest’ultima, divenuta negli ultimi lustri una sorta di “partitocrazia senza partiti”, assurta agli onori delle cronache più per la propria inettitudine che per le distinzioni ideali e programmatiche, fondata su una rete di contenitori autoreferenziali e spesso personali, priva di reale legittimazione democratica per un sistema elettorale assurdo e capace solo di produrre una pletora di incopetenti manutengoli sostentati dalla collettività, come ha pensato di uniformarsi al gravoso new deal tutto lacrime e sangue? Col tanto invocato taglio delle retribuzioni dei parlamentari? Sì, ma si tratta solo di un’illusione come già molti esperti e commentatori hanno dimostrato e di un provvedimento che peraltro non convince affatto gli elettori.
In teoria, sarebbe appunto una sforbiciata di 1.300 euro lordi mensili (pari a circa 700 euro netti in meno); in realtà, è semplicemente il congelamento (provvisorio o definitivo?) dell’aumento delle indennità di deputati e senatori già stabilito prima dell’avvento del severo Monti. Insomma, una decisione giunta all’ultimo istante utile e modulata sul contestuale provvedimento che prevede – come per tutti gli italiani – il passaggio dal regime pensionistico retributivo a quello contributivo. Misura, quest’ultima, considerato che gli odiosi vitalizi sono parte dell’imponibile a differenza dei contributi previdenziali, che in assenza di modifiche avrebbe avuto come effetto paradossale quello di aumentare la busta paga netta degli eletti (meglio definirli “nominati”).
Ecco perchè gli uffici di presidenza di Camera e Senato, probabilmente indotti a ciò anche dalle vivaci polemiche seguite alla pubblicazione dei risultati dell’indagine commissionata dal governo e realizzata dall’Istat qualche settimana fa (la cosiddetta “Commissione Giovannini), che descrive i nostri deputati e senatori come i più pagati in Europa, si sono affrettati a correre ai ripari sbandierando come vere e proprie rinunce dei tagli neanche simbolici ma di fatto solo formali che in sostanza non ridurranno le retribuzioni percepite dagli inquilini del Palazzo. Certo, alla fine il risparmio per le casse dello Stato ci sarà ma consisterà in un blando placebo inadeguato a risolvere alla radice il bubbone dei costi eccessivi della politica italiana. Sarebbe stato molto meglio, se davvero si aveva intenzione di spendere una buona carta dal valore emblematico, intervenire più drasticamente proprio sui vitalizi per eliminarli del tutto invece di limitarsi ad alleggerirli.
Retribuzioni dei deputati europei:

Italia Francia Germania Spagna Olanda Belgio Austria
Stipendio 11.283 7.100 7.668 2.813 8.500 7.374 8.160
Diaria 3.503 3.984 1.823 1.638
Rimborso trasporti 1.131

Retribuzioni dei senatori europei:

Italia Francia Spagna Olanda Belgio Austria
Vitalizio 11.555 7.100 3.126 2.323 7.374 4.080
Del resto, regalando meno soldi pubblici a un migliaio di allegri buontemponi che indegnamente (o degnamente, fate un po’ voi) ci rappresentano in Parlamento, si possono forse appagare gli istinti giustizialisti di qualche indignato ma non si contribuisce a riformare seriamente il sistema politico nel suo complesso. La politica, atavicamente sorda alle sollecitazioni dell’opinione pubblica e puntualmente distratta quando si tratta di dare il buon esempio, va costretta a ripensare il proprio ruolo tanto sul piano sociale quanto su quello istituzionale. Con i partiti che, così come sono ridotti, hanno l’obbligo morale di rifondarsi e di azzerare anche la propria storia più recente in nome di un interesse superiore.
Il primo, vero e tangibile elemento di discontinuità sarebbe quello di rinunciare alle proprie rendite piccole o grandi per supportare efficacemente, senza trucchi e senza inganni, l’arduo tentativo del governo Monti di farci uscire dal tunnel della recessione. In fondo, se siamo a questo punto, è innanzitutto a causa della cattiva politica e di un lungo periodo di immobilismo. Più nello specifico, invece, occorre urgentemente definire nuovi modelli di rappresentanza per rendere daccapo i cittadini protagonisti della nostra imperfetta democrazia e, di pari passo, varare una sorta di codice etico riconosciuto e rispettato da tutte le parti in campo proprio al fine di ridurre il dilagante sentimento di idiosincrasia popolare nei confronti di quella che è considerata a ragione la casta per eccellenza.
In sostanza, si dovrebbe procedere quasi a ”liberalizzare” la funzione stessa della politica e dei partiti, aprendoli al contributo spontaneo di chi è pronto a spendersi civicamente solo sulla scorta della condivisione di idee e di valori e precludendo loro, con opportune e adeguate previsioni normative, l’asfissiante occupazione di settori vitali della vita sociale a partire dall’informazione e dalla sanità.
I fatti clamorosi di questi giorni (ma se si guarda a ciò che sta avvenendo ad esempio in Lombardia dovremmo dire “di questi mesi”), che hanno visto tornare alla ribalta tanti casi di corruzione strettamente connessi all’annosa questione del finanziamento ai partiti, la dicono lunga sul rispetto delle regole che vige in questo Paese anche ai più alti livelli istituzionali. A mente lucida, però, si può affermare che nell’ultima vicenda che ha riguardato l’ex tesoriere della Margherita, che ha sottratto 13 milioni di euro al suo partito, non è tanto il risvolto penale a colpire quanto piuttosto la circostanza che un soggetto politico da tempo inesistente continui a percepire risorse pubbliche sotto forma di rimborsi elettorali o di contributi a fondazioni e a giornali a latere.
Naturalmente – benché in modo isolato Bersani e Casini, forse perchè a differenza di altri leader politici magari più idealisti ma meno smaliziati hanno fiutato una nuova ondata giudiziaria esattamente come nel 1992 (pure stavolta saranno coinvolte figure di primo piano che “non potevano non sapere”?), stiano prontamente sollecitando azioni legislative del Parlamento per sanare quest’ennesimo obbrobrio italiano – è scontato attendersi che le segreterie dei partiti avranno molte titubanze dinanzi all’eventualità di non vedersi più riconosciuti i lauti sostentamenti statali finora incassati. Pertanto, pure in questo caso, sarebbe bene che ad intervenire fosse l’attuale governo col suo solito piglio decisionista seppure assolutamente politico. E se quella che si spaccia per “vera politica” osasse ostacolarne l’iniziativa con ricatti o, peggio ancora, facendolo saltare per difendere i propri privilegi ormai indifendibili,  dovrebbe assumersi la responsabilità davanti al Paese che certamente non ne gioverebbe.
Sono anni che attendiamo, magari non tutti ma certamente in tanti, riforme vere che contribuiscano ad abbattere la deleteria influenza della politica sulla spesa pubblica: dal taglio reale delle province all’eliminazione di una delle due camere, per non parlare della consistente riduzione dei consiglieri regionali e della soppressione di enti, autority e analoghe sub-strutture assolutamente inutili e funzionali solo al bisogno dei partiti di piazzare i propri affiliati trombati e recalcitranti. Ma finora, al di là delle promesse da campagna elettorale e dei periodici proclami propagandistici, assolutamente nulla. Figurarsi allora se i nostrani partiti di cartapesta avranno mai il coraggio di mettere mano ai meccanismi di finanziamento della politica! E pure laddove lo faranno, non è infondato ritenere che si tratterà nuovamente di provvedimenti-spot demagogici, sulla falsariga della (presunta) riduzione delle indennità parlamentari.
Di seguito, il peso della politica sulle tasche dei cittadini nell’ultimo triennio:
L’obiezione di alcuni secondo cui “la democrazia ha dei costi” non è più sufficiente a giustificare un andazzo di fatto illegale. Sì, perchè dietro la spinta emotiva scaturita proprio da tangentopoli uno dei referendum del lontano 1993 aveva abrogato il regime del finanziamento pubblico ai partiti i quali, come dimostra l’odierna cronaca, se ne sono tuttavia infischiati continuando a dissipare sotto altre forme le risorse della cosa pubblica. Si pensi proprio all’attuale legislatura: quanti gruppi e sotto-gruppi fasulli sono nati dentro il Parlamento, anche per ragioni di misero trasformismo di singoli deputati e senatori, solo per estorcere soldi allo Stato?
Il finanziamento ai partiti fantasma, usciti di scena da anni ma che sono ancora lì a percepire il contributo al gruppo di riferimento pur non avendo più membri in Parlamento a rappresentare i cittadini, è una vera e propria truffa bipartisan. I casi più eclatanti, oltre alla citata Margherita, riguardano Forza Italia, Alleanza Nazionale e i Ds che addirittura in alcune realtà regionali avevano fino a pochi mesi fa i propri gruppi consiliari regolarmente costituiti, pur essendosi presentati alle elezioni coi nuovi nomi e coi nuovi simboli.
Escamotage reso possibile da un comma (approvato trasversalmente, ça va sans dire) del decreto cosiddetto “mille proroghe” del 2006 che ha consentito, peggiorando i precedenti impianti normativi già dalle maglie molto larghe (la Legge n. 157/1999 e la Legge n. 156/2002), di ottenere il finanziamento pubblico per tutta la legislatura anche in caso della sua interruzione anticipata. In concreto, per menzionare a tal riguardo la fattispecie che ha più dell’incredibile, dopo la crisi politica del 2008 che portò alla caduta del governo Prodi e alle elezioni anticipate quasi tutti i partiti presenti in quel Parlamento hanno continuato a ricevere i finanziamenti pure durante l’attuale legislatura, malgrado in alcuni casi si siano sciolti oppure non abbiano ottenuto rappresentati nelle Camere per il mancato superamento della soglia di sbarramento prevista. Si tratta di un vulnus democratico forse perfino più grave della squallida legge elettorale che ci ritroviamo.
Attenzione, però, perchè la voracità dei partiti non si realizza solo a livello di trasferimenti di denaro sui propri conti correnti (attivi non solo in Italia) da parte dello Stato ma anche per le rendite patrimoniali derivanti dal tesoretto composto da decine e decine di immobili acquisiti da enti pubblici dismessi – secondo una consuetudine comune ai sindacati – e spesso concessi in locazione a studi professionali, ad agenzie finanziarie e a catene commerciali pur mantenendo per legge l’attribuzione di voce di spesa nel bilancio dello Stato. Sarà forse questa la ragione che ha sempre impedito, nelle più recenti manovre finanziarie approvate in tempi di crisi, di inserire una norma che prevedesse la dismissione di gran parte del patrimonio pubblico ormai infruttifero? Senza dimenticare le somme incamerate a titolo di contributi all’editoria – non di rado ingiustificate se si pensa al foglio diretto da Lavitola – che gonfiano ancora di più la bolla.
La voce principale e più anomala rimane comunque quella relativa ai rimborsi elettorali. Prendendo in esame soltanto i contributi erogati alle forze politiche nel corso della seconda repubblica, vale a dire dal 1994 (subito dopo il referendum che abrogò il finanziamento pubblico) alla data delle ultime elezioni politiche svoltesi nel 2008, questo è il quadro che ne risulta così come rilevato pure dalla Corte dei Conti:
        Elezioni            Spese            Contributi           Differenza     
POLITICHE 1994   36.264.124,34 46.917.449,32 10.653.324,98     
EUROPEE 1994 15.595.788,66 23.458.724,66 7.862.936,00
REGIONALI 1995 7.073.555,52 29.722.776,08 22.649.220,56
POLITICHE 1996 19.812.285,84 46.917.449,32 27.105.163,48
EUROPEE 1999 39.745.844,39 86.520.102,57 46.774.258,18
REGIONALI 2000 28.673.945,87 85.884.344,63 57.210.398,76
POLITICHE 2001 49.659.354,92 476.445.235,88 426.785.880,96
EUROPEE 2004 87.243.219,52 246.625.344,75 159.382.125,23
REGIONALI 2005 61.933.854,85 208.380.680,00 146.446.825,15
POLITICHE 2006 122.874.652,73 499.645.745,68 376.771.092,95
POLITICHE 2008 110.127.757,19 503.094.380,09 392.966.623,71
TOTALE   579.004.383,83   2.253.612.233,79  1.674.607.849,96
E questi sono invece i finanziamenti ricevuti dai singoli partiti o movimenti politici nel decennio 1994/2004 a titolo di rimborsi elettorali (espressi in milioni di euro):

Partito/Rimborso                                       
Forza Italia – 638,2
PD – 253,1
AN – 237,2
PDS/DS – 184,6
L’Ulivo – 151,9
Uniti nell’Ulivo per l’Europa – 114,4
UDC – 113,8
Rifondazione Comunista – 104,9
Lega Nord – 102,4
Margherita – 85,1
IDV – 72,1
Verdi – 35,3
PPI – 33,1
Comunisti Italiani – 31,1
PDL – 22,7
Infine, la tabella dei rimborsi accordati a ciascun partito per le sole elezioni politiche del 2008:

Nelle more che il severo prof. Monti sculacci e metta in riga, dopo aver castigato i cittadini comuni, anche i riottosi e poco disciplinati parlamentari, è come spesso accade la società civile ad attivarsi proponendo soluzioni di riforma radicale del sistema politico. Un comitato appena costituitosi e presieduto da Elio Veltri, promuove una legge di iniziativa popolare per la riforma dei partiti e il taglio dei costi della politica.
In particolare, essa prevede la piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione attivando più scrupolosi meccanismi di controllo della democrazia interna ai soggetti politici, soprattutto in riferimento ai finanziamenti e ai bilanci, e la corresponsione dei rimborsi elettorali vincolata al parere della Corte dei Conti. Ancora, mira a legare la percezione di indennità e vitalizi all’effettivo tempo di svolgimento delle funzioni elettive, che si tratti di parlamentari o di consiglieri regionali. E da ultimo, vuol sottrarre completamente alla politica il potere di nomina dei vertici di aziende partecipate come RAI, ENI, ENEL e Finmeccanica. Un impianto di proposte molto interessanti che merita di essere approfondito, ma che a mio avviso si basa su una netta volontà punitiva sul sentiero pericoloso dell’antipolitica.
L’osservanza delle regole, tutto sommato, si può favorire ricorrendo a percorsi più aperti e flessibili. E’ per questo che considero più suggestiva la proposta avanzata di recente dal prof. Massimo Teodori, presidente dell’Associazione Libera Italia e sincero riformista di lungo corso. Questa consiste nella definizione di un sistema di finanziamento misto pubblico-privato, non statalista ma fondato sulle esplicite scelte volontarie dei singoli cittadini o delle persone giuridiche (società, fondazioni, ecc.), stabilendo a monte le soglie massime delle donazioni. Si tratta di una soluzione già sperimentata in molte democrazie occidentali, in primo luogo negli Stati Uniti dove l’elezione dei Presidenti si gioca anche sulla capacità di creare lobby – che non è di per sé un termine disdicevole – e di stimolarle nelle attività di “fund raising”.
Secondo Teodori, tale metodo potrebbe incentivare anche nel nostro Paese e pure fra i cittadini meno abbienti le donazioni volontarie ai soggetti politici, a patto che si preveda un meccanismo chiaro di completa deducibilità dalle tasse entro vincoli stabiliti per tenere a freno le velleità dei più facoltosi impedendo loro di condizionare il regolare funzionamento della democrazia. Basterebbe in fondo istituire un registro dei soggetti abilitati a ricevere i finanziamenti e obbligarli per legge a rendicontare i contributi ottenuti. Bisognerebbe poi fissare dei tetti massimi alle spese elettorali, prevedendo rigide sanzioni pure sul piano amministrativo (ad esempio la perdita dei diritti politici) per chi non rispetta le regole.
Per ovviare alla consueta obiezione, specialmente in una realtà come la nostra abituata a non accontentarsi, che una democrazia non può reggersi solo attraverso un sistema volontario-privatistico di donazioni, si potrebbe infine conservare un limitato rimborso elettorale di tipo pubblico in proporzione ai voti effettivamente ottenuti e da effettuarsi direttamente ai soggetti che localmente concorrono alle elezioni.
In definitiva, un metodo misto pubblico-privato avrebbe al contrario l’effetto di rafforzare la trasparenza della democrazia in quanto i finanziamenti volontari dei cittadini al soggetto politico preferito: 1) assicurerebbero pari opportunità di partenza alle forze in campo;  2) scoraggerebbero la nascita sconsiderata di gruppi fasulli ed estemporanei motivati dall’unica ragione sociale di compiere latrocini a danno della collettività; 3) consentirebbero il rispetto delle volontà individuali deprimendo le pulsioni antipolitiche; 4) metterebbero i gruppi d’ogni genere in condizione di sostenere legittimamente e alla luce del sole i partiti, i movimenti e le persone che difendono i loro interessi; 5) solleciterebbero infine i partiti a funzionare secondo regole più trasparenti, sottraendo gli iscritti allo strapotere degli apparati interni che controllano i contributi pubblici.
Un sogno. Solo che l’Italia non è purtroppo una moderna democrazia liberale ma è anzi un Paese profondamente conservatore, dove o non si riesce a cambiare niente o quando si abbozza qualche riforma lo si fa spesso al prezzo di compromessi tanto dolorosi quanto in prospettiva inefficaci. Per questo, senza smettere di sognare, godiamoci fino in fondo la presenza del governo Monti che ha già del miracoloso.
Il commento del prof. Gianfranco Pasquino, firmatario proprio del manifesto dell’Associazione Libera Italia promosso da Massimo Teodori, agli ultimi fatti di corruzione che hanno investito la politica:


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Stasera a Servizio Pubblico si parla di mercato del lavoro, dalle 21 in streaming su Fuori Onda Blog

giovedì, febbraio 2nd, 2012

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È vero, lo stato delle carceri indica il grado di civiltà di un Paese. Ma in Italia l’illegalità è una prassi non più tollerabile

lunedì, gennaio 30th, 2012

Le parole pronunciate dal neo ministro della giustizia Paola Severino in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario non possono suscitare obiezioni: lo stato incivile del nostro regime carcerario (si legga in proposito l’ultimo Rapporto dell’Osservatorio Antigone), dopo tante battaglie e inutili denunce meritava una decisa presa di posizione sul piano dell’azione istituzionale. Il cosiddetto Decreto “svuota carceri”, promosso dal ministro stesso e approvato con modificazioni dal Senato lo scorso 25 gennaio, va proprio nella direzione di rendere più efficiente il sistema di detenzione italiano, da tempo al collasso a causa del sovraffollamento.

E lo fa, in particolare, nel tentativo di rispondere a una duplice esigenza: quella di garantire maggiore rispetto dei diritti umani negli istituti di pena, per porre freno alla drammatica contabilità dei suicidi; e quella, in perfetta sintonia col nuovo corso improntato all’austerity, di consentire allo Stato di risparmiare notevoli risorse finanziarie (solo nel 2011, per ingiusta detenzione o errore giudiziario, le casse dell’Erario hanno dovuto esborsare 46 milioni di euro).

Secondo il Guardasigilli, insomma, un uso meglio calibrato della custodia cautelare in carcere – assieme a una maggiore celerità dei processi – porterebbe vantaggi non solo al sistema carcerario ma all’amministrazione giudiziaria nel suo complesso, senza alcuna controindicazione per la collettività se è vero che le esigenze di sicurezza dei cittadini possono essere alternativamente garantite da un ampio ventaglio di opzioni di cui già oggi il giudice dispone e che si può provare ancora a migliorare e a incrementare.

La linea del ministro sembra mossa da valide e sincere ragioni garantiste e incontra lo spirito che anima da lungo tempo l’impegno sul campo dei Radicali, autori di numerose inchieste sul dramma della giustizia carceraria: “lo Stato non ripaga mai con la vendetta, ma vince con il diritto e l’applicazione scrupolosa delle regole. Ed è questo il modo migliore per dimostrare ai criminali l’intima diversità tra legalità della nostra democrazia e ogni forma di intollerabile arbitrio”. È in tale frase che risiede forse la sfida più ardua e decisiva che attende il governo di cui l’avvocato Severino fa parte e con esso l’intera società italiana, che deve essere disabituata a vivere al di sopra delle proprie possibilità e a pretendere rendite e privilegi ormai non più sopportabili dal sistema.

A tale missione vogliono assolvere i provvedimenti pur dolorosi appena varati e quelli calendarizzati in tema di liberalizzazioni economiche e di riforme sociali, ma ora è necessario, soprattutto in questa fase in cui i vari populismi della politica sembrano essere stati provvisoriamente disinnescati, affiancare agli interventi di natura legislativa azioni anche simboliche di tipo morale e culturale. Perchè essere liberali e garantisti non può far dimenticare che l’Italia, come dimostrano pure le barbare reazioni di alcune categorie sociali alle draconiane misure dell’esecutivo, è da sempre attraversata da istinti egoistici e da diffuse pratiche illegali, piccole o grandi che siano.

E certi abusi vanno puniti in modo esemplare se non a livello penale, visto che la frequenza con cui le vicende di malaffare assurgono alla ribalta delle cronache sta lì ad evidenziare che i tanti corrotti del nostro Paese non temono seriamente la prospettiva del carcere, almeno sul piano dell’emarginazione sociale e mediante l’espropriazione di beni e risorse accumulati indebitamente che vanno redistribuiti ai fini dell’affermazione del tanto invocato principio di equità.

Chissà, forse pure stavolta si tratterà solo di un caso ma da quando c’è stato il cambio di governo cominciano appunto ad essere divulgate con l’attenzione che meritano le notizie di frodi, latrocini, abusi e furberie di ogni sorta, perpetrati da singoli o da gruppi e a vari livelli della cosa pubblica. Senza passare frettolosamente e asetticamente fra le sbiadite pagine della “nera” ma accompagnate da commenti e approfondimenti di tipo sociologico e finanche economico considerato che fra le principali ragioni del profondo stato di disagio e di squilibrio sociale in cui versa l’Italia vi è certamente l’assenza di legalità, con particolare riguardo alla dannata evasione fiscale.

Come ha sottolineato Sergio Romano in un suo recente editoriale sul Corriere della Sera, le ultime rivolte partite dal Sud non devono trarre in inganno. Esse sono sì in parte mosse da ragioni di effettivo disagio, ma la posta in gioco è appunto la conservazione di privilegi che sono fondamentalmente locali ed estranei all’interesse nazionale, specialmente per quanto riguarda il regime contributivo che ad esempio nelle regioni a statuto speciale gode di garanzie sconosciute alla maggioranza dei cittadini italiani.

Per non parlare delle rivendicazioni ulteriori di autonomia, così come enunciate in questi giorni dai Forconi siciliani, che mal si conciliano con la consolidata prassi che ha invece indotto per decenni lo Stato centrale, stimolato dalla cattiva politica, a destinare a quei territori ingentissimi finanziamenti mai di fatto utilizzati per lo sviluppo ma finiti in gran parte nel circuito della criminalità organizzata.

Perchè i partiti e i sindacati nazionali, si chiede giustamente Romano, si comportano come se il compito di risolvere i motivi di protesta di questo o di quel territorio, di questa o di quella categoria, fosse esclusivamente dell’attuale governo? Chi vuole sforzarsi di indagare sui fatti oltre il proprio naso non può che trovare tali osservazioni fondate. E qui interviene l’esigenza di carattere “educativo” che deve essere esercitata anche dalla politica e dalle forze sociali, e che presuppone la volontà di affrontare energicamente le tante situazioni di illegalità.

Il rispetto delle regole, dopo anni e anni di riduzione – sempre per colpa della cattiva politica – ad allegro esercizio opzionale immune a ogni significativa conseguenza che non fosse la ricorrente indulgenza collettiva e nonostante l’organizzazione Transparency abbia confermato l’Italia fra le realtà più corrotte al mondo anche nel rapporto del 2011, deve tornare ad assumere la “normale” valenza di elemento caratterizzante e fondamentale del nostro essere sistema civile. Auspicio che non rimuove automaticamente i dubbi e le titubanze proprio della politica a schierarsi dalla parte obiettivamente più giusta, che almeno in teoria dovrebbe coincidere col benessere generale e non con i capricci insostenibili di lobby e corporazioni.

A questo proposito, una interessante analisi “laica”, vale a dire sgombra da pregiudizi, l’ha svolta il glorioso quotidiano l’Avanti (che dopo la cialtronesca parentesi dello squallido Lavitola è di nuovo in pubblicazione). Al di là dell’approfondimento intorno alle ragioni storiche, culturali e antropologiche della refrattarietà italiana alle regole, il quotidiano giunge a una conclusione amara ma pragmatica al tempo stesso. Pur in presenza di fitte ombre che da sempre oscurano la realtà sociale del nostro Paese, solo gli osservatori disincantati e non viziati nel proprio giudizio da retropensieri ideologici possono sottrarsi alle trappole della propaganda e agli estremismi di chi alza la voce per protestare o per sostenere, spesso strumentalmente, chi le proteste le attua.

Di conseguenza, solo se si buttano a mare le finzioni e le ipocrisie dei partiti, i compromessi inconfessabili e i disdicevoli esempi di una miserrima classe dirigente, diventerà agevole rieducare i cittadini stessi – sistematicamente fiaccati nelle loro forze vitali da almeno vent’anni di rozza propaganda e di assoluta inazione – all’onestà e alla legalità. E magari far comprendere perfino a quanti oggi bloccano i taxi, i tir, le barche, i trattori e imbracciano i forconi che non è lo Stato il loro nemico ma chi l’ha a lungo rappresentato in modo indegno.

È una “mission impossible”? Pazienza, l’importante è che capiscano i cittadini corretti che non hanno mai avuto la possibilità di evadere, di ricattare, di sbraitare per difendere o per ottenere qualcosa e che oggi devono poter contare più di quelli che hanno contribuito, con la propria furbizia e col proprio egoismo, a rendere tutti più sofferenti sul piano sociale ed economico.

Il vero fisco “immorale”, tanto per citare una delle espressioni più ricorrenti nelle proteste del cosiddetto popolo delle partite iva, non è quello imposto dallo Stato ma è quello occulto imposto dai disonesti che allignano fra gli stessi ceti produttivi. La Corte dei Conti ha qualche tempo fa quantificato il costo sociale dell’illegalità italiana: 120 miliardi di euro all’anno (quasi tutti dovuti all’evasione fiscale), pari a circa 4 mila euro per ogni cittadino.

Se poi alla corruzione “comune” – quella dei finti poveri, dei falsi invalidi, degli scontrini non emessi, delle frodi comunitarie e delle cricche varie – aggiungiamo la holding illegale per eccellenza, cioè la rete delle mafie, allora il costo si fa ancora più notevole: fra pizzo, usura, contraffazione, contrabbando, narcotraffico, prostituzione e reati cosiddetti minori, il giro di affari della criminalità organizzata si aggira intorno ai 130 miliardi di euro con un utile di 70 miliardi ovviamente esentasse.

Alla fine della giostra, care categorie indignate, il mancato gettito alle casse dello Stato è più o meno di 250 miliardi annui. Che significa che la corruzione, i guadagni illeciti, i ricavi non dichiarati sono la vera causa, assieme all’eccessiva spesa pubblica determinata dall’affollatissimo bosco e sottobosco politico, del nostro sciaguratissimo debito pubblico. Con tutti quei soldi le tasse si potrebbero quanto meno dimezzare in men che non si dica. E si potrebbe consentire alla generazione composta dai trentenni e ormai anche da molti quarantenni, di accedere ai meccanismi di mobilità sociale e di essere finalmente inserita nel mercato del lavoro.

Purtroppo, però, di toccare i privilegi – sia i propri sia quelli dei blocchi sociali che si intende rappresentare – la politica (quella dei partiti e quella dei sindacati) non ne ha mai voluto né mai ne vorrà sapere. Scontentare troppi potenziali elettori o iscritti, peraltro già fortemente garantiti, significa perdere consensi e allora l’illegalità si tollera considerandola quasi alla stregua di un ammortizzatore sociale, come ad esempio ha denunciato Nunzia Penelope nel suo ottimo libro-inchiesta “Soldi rubati”.

Proprio pochi giorni fa, in una conferenza stampa congiunta tenuta alla Camera, Di Pietro e Vendola hanno lanciato un appello a Bersani affinchè questi riveda la posizione di sostegno al governo Monti adducendo come motivazione che “non si può regalare la protesta sociale in atto al populismo di destra”. Ah sì, e a chi bisogna affidarla, al populismo di sinistra che sempre populismo antistorico e dannoso è? Si deve quindi far cadere Monti per paura di perdere le elezioni? Dobbiamo tutti continuare demagogicamente a usare il disagio (quello vero) della gente, per mantenere in vita uno status quo di fatto allo stremo?

Questa è la politica italiana, specchio fedele di una società mai completamente matura e consapevole. Una società che anche laddove riesce finalmente a comprendere cosa le è davvero più congeniale, non sa mai imporsi in nome della giustizia e delle regole nei confronti di chi disinvoltamente la rappresenta. Quando il direttore dell’Agenzia delle Entrate Befera, una settimana fa, ha rilevato che la lotta ai furbetti del fisco è diventata centrale solo di recente, non credo abbia voluto riferirsi a particolari fasi politiche degli ultimi anni ma proprio ai due mesi appena trascorsi sotto l’egida tecnica di Monti e della sua squadra.

E se qualche barlume di rinnovamento culturale si sta iniziando ad avvertire fra i cittadini, che in parte manifestano di non nutrire più alcuna ammirazione verso i drittoni che “sanno stare al mondo” dirottando invece il consenso verso chi quei furbi li combatte, è forse merito di Di Pietro e Vendola, di Berlusconi e Bossi, oppure di un Capo dello Stato che anche in maniera irrituale ha imposto il cambio di rotta al Paese e di un premier che quando deve decidere lo fa senza tentennamenti avendo finalmente come rotta solo il bene comune?

Passerò anche stavolta per antitaliano ma voglio citare una felice eccezione nel fosco panorama di speculazioni politiche e di rivolte sociali selvagge che sta angustiando il Paese, quella di un brianzolo molto diverso da altri famosi brianzoli che hanno dominato le cronache nell’ultimo ventennio. Non si chiama Brambilla o Cazzaniga ma Quamar Abbas, un paffuto trentasettenne pachistano che fa il venditore di rose nell’interland milanese solo che a differenza dei suoi colleghi immigrati – e della quasi totalità dei commercianti italiani come dimostrano i continui blitz delle fiamme gialle – rilascia lo scontrino fiscale ai clienti.

Non si allarmino le sempre solerti “guardie padane”, Quamar risiede ormai da 10 anni nel nostro Paese ed è assolutamente in regola col permesso di soggiorno. Uno che compila e versa il suo F24 ogni anno fino all’ultima rata. Allora, ditemi, chi è più italiano fra lui che rispetta le regole per meglio sentirsi parte della nostra comunità nazionale e i milioni di nativi connazionali che al contrario se ne fregano del dovere civico e di assumersi le responsabilità a cui sono chiamati?

Se noi “cittadini purosangue” ci comportassimo tutti con la stessa onestà del nostro ospite venuto da lontano, forse la cancelliera Merkel sarebbe più disponibile ad allentare i cordoni della capiente borsa teutonica per alleviare le difficoltà italiane. Anzi, fose in quel caso l’Italia non avrebbe affatto bisogno di chiedere solidarietà e aiuti economici in sede comunitaria. Diamoci da fare allora, e non reagiamo stizziti solo quando in giro per il mondo ridono di noi e ci considerano indolenti e inaffidabili ma facciamolo attraverso la presa di coscienza reale e collettiva del fatto che il baratro non è stato ancora del tutto allontanato dal nostro orizzonte nonostante l’eccellente esordio dell’esperienza Monti.

Tuttavia, per tornare al tema della giustizia e del grado di civiltà di uno Stato, pur con tutti i nostri vizi e le nostre degenerazioni restiamo una fra le maggiori democrazie occidentali e abbiamo pertanto il dovere di coniugare le esigenze di rigore e di crescita sul piano economico col rispetto dei più basilari principi umani e civili.

Dunque, ben venga un provvedimento di clemenza che interesserà tanti diseredati finiti in galera solo perchè magari la vita non ha offerto loro alternative concrete. Ma se quei posti lasciati vacanti, caro ministro Severino, venissero poi rimpiazzati dalla miriade di truffaldini di casa nostra che con cadenza quotidiana vengono scovati dal fisco e dalle forze dell’ordine e che con la condotta illecita avvelenano il pane e inquinano il futuro dei propri stessi figli, credo che pure le organizzazioni umanitarie avrebbero assai poco da obiettare.


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È vero, lo stato delle carceri indica il grado di civiltà di un Paese. Ma in Italia l’illegalità è una prassi non più tollerabile

lunedì, gennaio 30th, 2012

Le parole pronunciate dal neo ministro della giustizia Paola Severino in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario non possono suscitare obiezioni: lo stato incivile del nostro regime carcerario (si legga in proposito l’ultimo Rapporto dell’Osservatorio Antigone), dopo tante battaglie e inutili denunce meritava una decisa presa di posizione sul piano dell’azione istituzionale. Il cosiddetto Decreto “svuota carceri”, promosso dal ministro stesso e approvato con modificazioni dal Senato lo scorso 25 gennaio, va proprio nella direzione di rendere più efficiente il sistema di detenzione italiano, da tempo al collasso a causa del sovraffollamento.

E lo fa, in particolare, nel tentativo di rispondere a una duplice esigenza: quella di garantire maggiore rispetto dei diritti umani negli istituti di pena, per porre freno alla drammatica contabilità dei suicidi; e quella, in perfetta sintonia col nuovo corso improntato all’austerity, di consentire allo Stato di risparmiare notevoli risorse finanziarie (solo nel 2011, per ingiusta detenzione o errore giudiziario, le casse dell’Erario hanno dovuto esborsare 46 milioni di euro).

Secondo il Guardasigilli, insomma, un uso meglio calibrato della custodia cautelare in carcere – assieme a una maggiore celerità dei processi – porterebbe vantaggi non solo al sistema carcerario ma all’amministrazione giudiziaria nel suo complesso, senza alcuna controindicazione per la collettività se è vero che le esigenze di sicurezza dei cittadini possono essere alternativamente garantite da un ampio ventaglio di opzioni di cui già oggi il giudice dispone e che si può provare ancora a migliorare e a incrementare.

La linea del ministro sembra mossa da valide e sincere ragioni garantiste e incontra lo spirito che anima da lungo tempo l’impegno sul campo dei Radicali, autori di numerose inchieste sul dramma della giustizia carceraria: “lo Stato non ripaga mai con la vendetta, ma vince con il diritto e l’applicazione scrupolosa delle regole. Ed è questo il modo migliore per dimostrare ai criminali l’intima diversità tra legalità della nostra democrazia e ogni forma di intollerabile arbitrio”. È in tale frase che risiede forse la sfida più ardua e decisiva che attende il governo di cui l’avvocato Severino fa parte e con esso l’intera società italiana, che deve essere disabituata a vivere al di sopra delle proprie possibilità e a pretendere rendite e privilegi ormai non più sopportabili dal sistema.

A tale missione vogliono assolvere i provvedimenti pur dolorosi appena varati e quelli calendarizzati in tema di liberalizzazioni economiche e di riforme sociali, ma ora è necessario, soprattutto in questa fase in cui i vari populismi della politica sembrano essere stati provvisoriamente disinnescati, affiancare agli interventi di natura legislativa azioni anche simboliche di tipo morale e culturale. Perchè essere liberali e garantisti non può far dimenticare che l’Italia, come dimostrano pure le barbare reazioni di alcune categorie sociali alle draconiane misure dell’esecutivo, è da sempre attraversata da istinti egoistici e da diffuse pratiche illegali, piccole o grandi che siano.

E certi abusi vanno puniti in modo esemplare se non a livello penale, visto che la frequenza con cui le vicende di malaffare assurgono alla ribalta delle cronache sta lì ad evidenziare che i tanti corrotti del nostro Paese non temono seriamente la prospettiva del carcere, almeno sul piano dell’emarginazione sociale e mediante l’espropriazione di beni e risorse accumulati indebitamente che vanno redistribuiti ai fini dell’affermazione del tanto invocato principio di equità.

Chissà, forse pure stavolta si tratterà solo di un caso ma da quando c’è stato il cambio di governo cominciano appunto ad essere divulgate con l’attenzione che meritano le notizie di frodi, latrocini, abusi e furberie di ogni sorta, perpetrati da singoli o da gruppi e a vari livelli della cosa pubblica. Senza passare frettolosamente e asetticamente fra le sbiadite pagine della “nera” ma accompagnate da commenti e approfondimenti di tipo sociologico e finanche economico considerato che fra le principali ragioni del profondo stato di disagio e di squilibrio sociale in cui versa l’Italia vi è certamente l’assenza di legalità, con particolare riguardo alla dannata evasione fiscale.

Come ha sottolineato Sergio Romano in un suo recente editoriale sul Corriere della Sera, le ultime rivolte partite dal Sud non devono trarre in inganno. Esse sono sì in parte mosse da ragioni di effettivo disagio, ma la posta in gioco è appunto la conservazione di privilegi che sono fondamentalmente locali ed estranei all’interesse nazionale, specialmente per quanto riguarda il regime contributivo che ad esempio nelle regioni a statuto speciale gode di garanzie sconosciute alla maggioranza dei cittadini italiani.

Per non parlare delle rivendicazioni ulteriori di autonomia, così come enunciate in questi giorni dai Forconi siciliani, che mal si conciliano con la consolidata prassi che ha invece indotto per decenni lo Stato centrale, stimolato dalla cattiva politica, a destinare a quei territori ingentissimi finanziamenti mai di fatto utilizzati per lo sviluppo ma finiti in gran parte nel circuito della criminalità organizzata.

Perchè i partiti e i sindacati nazionali, si chiede giustamente Romano, si comportano come se il compito di risolvere i motivi di protesta di questo o di quel territorio, di questa o di quella categoria, fosse esclusivamente dell’attuale governo? Chi vuole sforzarsi di indagare sui fatti oltre il proprio naso non può che trovare tali osservazioni fondate. E qui interviene l’esigenza di carattere “educativo” che deve essere esercitata anche dalla politica e dalle forze sociali, e che presuppone la volontà di affrontare energicamente le tante situazioni di illegalità.

Il rispetto delle regole, dopo anni e anni di riduzione – sempre per colpa della cattiva politica – ad allegro esercizio opzionale immune a ogni significativa conseguenza che non fosse la ricorrente indulgenza collettiva e nonostante l’organizzazione Transparency abbia confermato l’Italia fra le realtà più corrotte al mondo anche nel rapporto del 2011, deve tornare ad assumere la “normale” valenza di elemento caratterizzante e fondamentale del nostro essere sistema civile. Auspicio che non rimuove automaticamente i dubbi e le titubanze proprio della politica a schierarsi dalla parte obiettivamente più giusta, che almeno in teoria dovrebbe coincidere col benessere generale e non con i capricci insostenibili di lobby e corporazioni.

A questo proposito, una interessante analisi “laica”, vale a dire sgombra da pregiudizi, l’ha svolta il glorioso quotidiano l’Avanti (che dopo la cialtronesca parentesi dello squallido Lavitola è di nuovo in pubblicazione). Al di là dell’approfondimento intorno alle ragioni storiche, culturali e antropologiche della refrattarietà italiana alle regole, il quotidiano giunge a una conclusione amara ma pragmatica al tempo stesso. Pur in presenza di fitte ombre che da sempre oscurano la realtà sociale del nostro Paese, solo gli osservatori disincantati e non viziati nel proprio giudizio da retropensieri ideologici possono sottrarsi alle trappole della propaganda e agli estremismi di chi alza la voce per protestare o per sostenere, spesso strumentalmente, chi le proteste le attua.

Di conseguenza, solo se si buttano a mare le finzioni e le ipocrisie dei partiti, i compromessi inconfessabili e i disdicevoli esempi di una miserrima classe dirigente, diventerà agevole rieducare i cittadini stessi – sistematicamente fiaccati nelle loro forze vitali da almeno vent’anni di rozza propaganda e di assoluta inazione – all’onestà e alla legalità. E magari far comprendere perfino a quanti oggi bloccano i taxi, i tir, le barche, i trattori e imbracciano i forconi che non è lo Stato il loro nemico ma chi l’ha a lungo rappresentato in modo indegno.

È una “mission impossible”? Pazienza, l’importante è che capiscano i cittadini corretti che non hanno mai avuto la possibilità di evadere, di ricattare, di sbraitare per difendere o per ottenere qualcosa e che oggi devono poter contare più di quelli che hanno contribuito, con la propria furbizia e col proprio egoismo, a rendere tutti più sofferenti sul piano sociale ed economico.

Il vero fisco “immorale”, tanto per citare una delle espressioni più ricorrenti nelle proteste del cosiddetto popolo delle partite iva, non è quello imposto dallo Stato ma è quello occulto imposto dai disonesti che allignano fra gli stessi ceti produttivi. La Corte dei Conti ha qualche tempo fa quantificato il costo sociale dell’illegalità italiana: 120 miliardi di euro all’anno (quasi tutti dovuti all’evasione fiscale), pari a circa 4 mila euro per ogni cittadino.

Se poi alla corruzione “comune” – quella dei finti poveri, dei falsi invalidi, degli scontrini non emessi, delle frodi comunitarie e delle cricche varie – aggiungiamo la holding illegale per eccellenza, cioè la rete delle mafie, allora il costo si fa ancora più notevole: fra pizzo, usura, contraffazione, contrabbando, narcotraffico, prostituzione e reati cosiddetti minori, il giro di affari della criminalità organizzata si aggira intorno ai 130 miliardi di euro con un utile di 70 miliardi ovviamente esentasse.

Alla fine della giostra, care categorie indignate, il mancato gettito alle casse dello Stato è più o meno di 250 miliardi annui. Che significa che la corruzione, i guadagni illeciti, i ricavi non dichiarati sono la vera causa, assieme all’eccessiva spesa pubblica determinata dall’affollatissimo bosco e sottobosco politico, del nostro sciaguratissimo debito pubblico. Con tutti quei soldi le tasse si potrebbero quanto meno dimezzare in men che non si dica. E si potrebbe consentire alla generazione composta dai trentenni e ormai anche da molti quarantenni, di accedere ai meccanismi di mobilità sociale e di essere finalmente inserita nel mercato del lavoro.

Purtroppo, però, di toccare i privilegi – sia i propri sia quelli dei blocchi sociali che si intende rappresentare – la politica (quella dei partiti e quella dei sindacati) non ne ha mai voluto né mai ne vorrà sapere. Scontentare troppi potenziali elettori o iscritti, peraltro già fortemente garantiti, significa perdere consensi e allora l’illegalità si tollera considerandola quasi alla stregua di un ammortizzatore sociale, come ad esempio ha denunciato Nunzia Penelope nel suo ottimo libro-inchiesta “Soldi rubati”.

Proprio pochi giorni fa, in una conferenza stampa congiunta tenuta alla Camera, Di Pietro e Vendola hanno lanciato un appello a Bersani affinchè questi riveda la posizione di sostegno al governo Monti adducendo come motivazione che “non si può regalare la protesta sociale in atto al populismo di destra”. Ah sì, e a chi bisogna affidarla, al populismo di sinistra che sempre populismo antistorico e dannoso è? Si deve quindi far cadere Monti per paura di perdere le elezioni? Dobbiamo tutti continuare demagogicamente a usare il disagio (quello vero) della gente, per mantenere in vita uno status quo di fatto allo stremo?

Questa è la politica italiana, specchio fedele di una società mai completamente matura e consapevole. Una società che anche laddove riesce finalmente a comprendere cosa le è davvero più congeniale, non sa mai imporsi in nome della giustizia e delle regole nei confronti di chi disinvoltamente la rappresenta. Quando il direttore dell’Agenzia delle Entrate Befera, una settimana fa, ha rilevato che la lotta ai furbetti del fisco è diventata centrale solo di recente, non credo abbia voluto riferirsi a particolari fasi politiche degli ultimi anni ma proprio ai due mesi appena trascorsi sotto l’egida tecnica di Monti e della sua squadra.

E se qualche barlume di rinnovamento culturale si sta iniziando ad avvertire fra i cittadini, che in parte manifestano di non nutrire più alcuna ammirazione verso i drittoni che “sanno stare al mondo” dirottando invece il consenso verso chi quei furbi li combatte, è forse merito di Di Pietro e Vendola, di Berlusconi e Bossi, oppure di un Capo dello Stato che anche in maniera irrituale ha imposto il cambio di rotta al Paese e di un premier che quando deve decidere lo fa senza tentennamenti avendo finalmente come rotta solo il bene comune?

Passerò anche stavolta per antitaliano ma voglio citare una felice eccezione nel fosco panorama di speculazioni politiche e di rivolte sociali selvagge che sta angustiando il Paese, quella di un brianzolo molto diverso da altri famosi brianzoli che hanno dominato le cronache nell’ultimo ventennio. Non si chiama Brambilla o Cazzaniga ma Quamar Abbas, un paffuto trentasettenne pachistano che fa il venditore di rose nell’interland milanese solo che a differenza dei suoi colleghi immigrati – e della quasi totalità dei commercianti italiani come dimostrano i continui blitz delle fiamme gialle – rilascia lo scontrino fiscale ai clienti.

Non si allarmino le sempre solerti “guardie padane”, Quamar risiede ormai da 10 anni nel nostro Paese ed è assolutamente in regola col permesso di soggiorno. Uno che compila e versa il suo F24 ogni anno fino all’ultima rata. Allora, ditemi, chi è più italiano fra lui che rispetta le regole per meglio sentirsi parte della nostra comunità nazionale e i milioni di nativi connazionali che al contrario se ne fregano del dovere civico e di assumersi le responsabilità a cui sono chiamati?

Se noi “cittadini purosangue” ci comportassimo tutti con la stessa onestà del nostro ospite venuto da lontano, forse la cancelliera Merkel sarebbe più disponibile ad allentare i cordoni della capiente borsa teutonica per alleviare le difficoltà italiane. Anzi, fose in quel caso l’Italia non avrebbe affatto bisogno di chiedere solidarietà e aiuti economici in sede comunitaria. Diamoci da fare allora, e non reagiamo stizziti solo quando in giro per il mondo ridono di noi e ci considerano indolenti e inaffidabili ma facciamolo attraverso la presa di coscienza reale e collettiva del fatto che il baratro non è stato ancora del tutto allontanato dal nostro orizzonte nonostante l’eccellente esordio dell’esperienza Monti.

Tuttavia, per tornare al tema della giustizia e del grado di civiltà di uno Stato, pur con tutti i nostri vizi e le nostre degenerazioni restiamo una fra le maggiori democrazie occidentali e abbiamo pertanto il dovere di coniugare le esigenze di rigore e di crescita sul piano economico col rispetto dei più basilari principi umani e civili.

Dunque, ben venga un provvedimento di clemenza che interesserà tanti diseredati finiti in galera solo perchè magari la vita non ha offerto loro alternative concrete. Ma se quei posti lasciati vacanti, caro ministro Severino, venissero poi rimpiazzati dalla miriade di truffaldini di casa nostra che con cadenza quotidiana vengono scovati dal fisco e dalle forze dell’ordine e che con la condotta illecita avvelenano il pane e inquinano il futuro dei propri stessi figli, credo che pure le organizzazioni umanitarie avrebbero assai poco da obiettare.


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Forconi spuntati e spicciole prolusioni: così l’Italia rischia ancora il disastro

mercoledì, gennaio 25th, 2012

Che strano Paese è l’Italia. Strano ma in fondo coerente. Sì, perché ad osservare tutto quel che sta avvenendo da quando Mario Monti si è insediato a Palazzo Chigi si comprendono una volta di più le ragioni che hanno consentito prima al CAF e poi a Berlusconi di restare tanto a lungo saldamente in sella. A parte gli episodici movimenti di protesta antigovernativa organizzati in virtù di una ben marcata appartenenza politica o ideologica (studenti, donne, opposizioni in genere), qualcuno ricorda le categorie cosiddette produttive scendere in piazza e agitarsi con la stessa veemenza di oggi durante gli anni della precedente esperienza di governo? Perché solo ora i vari autotrasportatori, allevatori, commercianti e agricoltori si ricordano che la crisi morde e che lo Stato è cattivo? Non sarà forse che prima, sempre ammesso che adesso siano iniziative spontanee, si sentivano anche sul piano della rappresentanza istituzionale più garantiti e protetti?


Di forconi in marcia contro la cattiva politica locale e nazionale, o contro l’asfissiante ingerenza della criminalità organizzata sull’economia e sulla vita civile del territorio, francamente non ho memoria. Ho memoria, invece, anche recentissima, di sedicenti “liberali” al potere usi a porre la propria azione legislativa al servizio di lobby e corporazioni. E ricordo anche tanti egoismi di casta, attuati al limite della legalità specialmente in materia fiscale e finanziaria, trasformatisi in consenso elettorale in un perverso meccanismo di mutua assistenza fra politica e poteri forti. Tutte reminiscenze che mi portano a maledire il Paese nel quale vivo.

Eppure lo spread comincia a pesare di meno e i mercati mandano qualche incoraggiante segnale all’economia nazionale sottoposta all’opportuna e improcrastinabile cura del nuovo esecutivo, considerato tecnico più per semplificazione mediatica che per carenza di una reale piattaforma ispirata alla gestione eccezionalmente riguardosa, rispetto ai disgraziati precedenti, della “res publica”. Ma evidentemente ciò non è ancora sufficiente a trasformare, come per magia, la stessa società italiana alleviandola dalle sue ataviche zavorre culturali e perfino antropologiche. Chi è abituato da sempre a sguazzare nel torbido dei furbi espedienti e a difendere le proprie rendite con ogni mezzo, non può improvvisamente divenire nordico (nel senso di scandinavo e non di “padano”) e apprendere l’autentico significato di concetti come dovere civico, senso di responsabilità, osservanza delle regole.

Da queste parti, purtroppo, riscuote maggiori consensi il proverbio latino “mors tua, vita mea”. E allora, almeno per quel che mi riguarda, all’entusiasmo per la rimozione di quel coagulo di lerci interessi affaristico-politici che è stato il berlusconismo, e per il successivo avvento di una fase carica di promesse finalmente realistiche circa la possibilità di perseguire azioni indirizzate al benessere collettivo e non più motivate da tornaconti particolari, si sta sovrapponendo un sentimento di stizzito fatalismo. Perché fuori e dentro il parlamento, ma in questo particolare frangente soprattutto “dentro”, i partiti sono in prevalenza mossi dai medesimi istinti di prima, sempre trasversalmente timidi dinanzi agli schiamazzi di chi non vuol perdere qualche privilegio a beneficio di chi non ne ha affatto e sempre poco adatti ad assumere fino in fondo le proprie responsabilità innanzitutto nei confronti della parte migliore e più silenziosa del Paese.

Paradossalmente, per tenere viva la speranza che il governo Monti riesca a completare la sua indispensabile opera di risanamento almeno a livello economico, bisogna tifare per i più squallidi peones che allo stato occupano immeritatamente gli scranni parlamentari. Per un Razzi o uno Scilipoti qualsiasi (eh, caro Di Pietro, che gentaglia sei stato capace di nominare!) o per tutti quegli altri che temono come la peste la prospettiva di una interruzione anticipata di questa intensissima legislatura. In una recente intervista, un pensatore illuminato come Massimo Cacciari ha evocato un fantasma che inquieta anche la mia più umile prospettiva: l’incapacità di arrestare sul nascere, proprio per il terrore malamente dissimulato delle forze politiche di sostenere con trasparenza il gravoso percorso di riforme tracciato dal governo, la montante ribellione (che ha già provocato un morto) dell’eterogeneo cartello di categorie aggregatesi nella lotta al sistema non si sa bene perché e per come e prontamente difese dai Gasparri e dai Diliberto di turno.

Il dramma della situazione è accentuato ancor di più dall’amara constatazione che non vi è all’orizzonte un’alternativa plausibile a Monti e alle sue misure. Mettiamo il caso che Bersani, per tenere unito il suo partito e per quell’odioso bizantinismo tutto italiano secondo il quale è meglio costringere alla convivenza posizioni inconciliabili (Casini e Fini con Di Pietro e Vendola?) piuttosto che rinunciare fisiologicamente a qualche gradino nella scala del potere fine a se stesso in nome dell’affidabilità e della coerenza, perseveri nella condotta di sostenere l’attuale governo con tanti se e con tanti ma; e mettiamo pure, allo stesso tempo, che Berlusconi decida improvvisamente di interrompere la luna di miele tattica col suo più stimato successore per tornare demagogicamente a cavalcare l’onda delle proteste insieme al fido Bossi, nell’illusione che con questa legge elettorale di merda e con le palate di quattrini di cui dispone riuscirà daccapo a prevalere nelle urne. Insomma, immaginate il caos che scaturirebbe dall’ennesimo scontro elettorale fra due giganti di carta?

Allora sì che sarebbe default, sia nel caso che a prevalere fosse l’allegra combriccola della foto di Vasto sia che trionfasse nuovamente l’arzillo vecchietto di Arcore che già manca molto agli oligarchi levantini e latinoamericani presso i quali era solito recarsi in compagnia di Lavitola. E in quel caso, signori Bersani, Berlusconi, Camusso, Bonanni e Angeletti, altro che allegorici forconi e scioperi più o meno selvaggi: sareste inseguiti non dall’egoismo delle tantissime caste allergiche alle liberalizzazioni ma dall’ira dei giovani, che ormai sono gli unici a non avere un cazzo da perdere!

Se l’Italia, come detto, è un Paese assai coerente pur nella sua disinvolta originalità, questa coerenza si manifesta con particolare efficacia soprattutto nell’ipocrisia bacchettona con cui si reagisce di fronte alle questioni scomode. Poteva mancare, in questo momento di grande confusione politica e di pericolosa effervescenza sociale, l’ennesima prolusione del capo dei porporati cattolici? Certo che no. Cosicché, dopo la “terrificante” pubblicità progresso voluta da Tremonti, quella che paragona con scrupolo scientifico gli evasori fiscali a dei parassiti, ecco arrivare la “temuta” scomunica del cardinale Bagnasco: “evadere le tasse è un peccato”. Un peccato? Peccare, secondo la spirituale visione di Santa Romana Chiesa, non è altro che una concessione divina affidata all’umano libero arbitrio, che dunque presuppone disponibilità alla tolleranza e al perdono.

E invece sottrarsi illegalmente al fisco, per noi che miseramente osserviamo il credo civile dello Stato di diritto sforzandoci di rispettare le regole e vivendo con dignità solo di quello che abbiamo, non può incontrare alcuna indulgenza o comprensione perché è un reato! Checché ne dica e pensi il “cattolicissimo” (definirsi solo “liberale” per lui era troppo poco) Berlusconi, a lungo coccolato proprio Oltretevere malgrado abbia concorso parecchio, non solo metaforicamente, a mandare l’Italia a puttane.

Ecco a cosa ci siamo infine ridotti come Nazione, a un’accozzaglia di non-cittadini in preda al disorientamento più totale, perennemente disinformati e banderuole facili da trasportare, senza la capacità di ridefinire punti di riferimento legittimi e condivisi, alienati rispetto alle ragioni del bene comune e pronti a mobilitarci solo quando qualcuno prova a toccare ciò che ci appartiene, umanamente invidiosi non tanto dell’altrui ceto o censo quanto invece infastiditi dal rigore morale, dalla correttezza, dalla cultura e dalle capacità di chi prova faticosamente a distinguersi dalla massa. La minaccia del redivivo Cicchitto, sotto questo aspetto, è quanto mai emblematica: “Monti la smetta di ergersi a primo della classe o il Pdl dovrà riesaminare il proprio appoggio al governo”. Sortita che, pur riconoscendole l’attenuante della schiettezza rispetto a quella più banale di Bagnasco, ad un antitaliano minoritario come me (per necessità più che per scelta) fa venire un gran voltastomaco.

Chi sta scendendo in piazza (non tutti ma la gran parte) tenendo in ostaggio l’Italia e rifiutando le regole, chi ne accarezza le intollerabili rivendicazioni solo per fare cassa in termini di voti, può forse assicurare ai giovani (che dovrebbero essere i “primi della classe” della nostra società) una prospettiva di emancipazione e di benessere consentendo al Paese di rimanere nell’élite europea e occidentale? Il vero punto di discrimine, l’unico bipolarismo oggi sensato, è proprio questo: da un lato chi sceglie di resistere al cambiamento fiancheggiando ancora e comunque i garantiti (che sovente, parafrasando un’illuminate affermazione di Berlusconi, sono “quelli non molto istruiti che siedono all’ultimo banco”), dall’altro chi invece vuole rendere più equo il sistema valorizzando il merito e dando cittadinanza alle istanze finora inascoltate delle nuove generazioni.

Per questo, pur sapendo che non si tratta di un orientamento in grado di conquistare popolarità sul web, continuo a parteggiare per Monti e per il tentativo anche forzoso di normalizzare, come auspicato più di due secoli or sono da un altro visionario radicalchic di nome Massimo d’Azeglio, l’Italia e gli italiani. Senza caste e privilegi, senza partiti arcaici e autoreferenziali, senza un sindacato che si schiera sempre dalla parte della generazione sbagliata, senza furbi che la fanno franca, senza mafie in affari con lo Stato. E magari, con un Presidente del Consiglio che quando incontra il Papa non si china per baciargli l’anello… Diamine, ma almeno quest’ultimo forse ce l’abbiamo già!


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Disabilità e lavoro, la crisi economica accentua le difficoltà di inserimento

domenica, gennaio 15th, 2012
Trovare un lavoro con uno stipendio adeguato, che oggi è diventato un percorso ad ostacoli per chiunque, per i disabili continua a rappresentare una meta spesso irraggiungibile. Nei Paesi in via di sviluppo come anche in quelli che fanno parte del mondo più evoluto e industrializzato, Italia inclusa. Per i disabili la vita quotidiana è già di per sè piena di barriere e difficoltà, ma quando si affronta la questione occupazionale, la situazione si complica terribilmente. E perfino dove esiste una normativa in materia, le denunce per discriminazioni aumentano. Lo scenario è tratto dal Rapporto “Uguaglianza nel lavoro: una sfida continua” diffuso dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro.

Secondo l’ONU, il 10% della popolazione mondiale, pari a circa 650 milioni di persone, presenta una disabilità fisica, mentale, sensoriale o intellettuale. Fra loro, oltre 470 milioni di soggetti sono in età lavorativa. Il basso tasso di occupazione di questa categoria svantaggiata indica che le discriminazioni per motivi di lavoro sono lontane dall’essere debellate. C’è poi qualcuno ancora più a rischio, come le persone colpite da Hiv/Aids che subiscono le discriminazioni già nel momento in cui si vedono imporre test obbligatori o che non garantiscono la riservatezza dei risultati.
Quanto al problema della disparità salariale, non esistono stime dettagliate su questo tipo di discriminazione a causa delle differenze nelle definizioni nazionali e nei metodi statistici utilizzati. Negli Stati Uniti, ad esempio, un’indagine del Dipartimento del lavoro ha rilevato come le persone con disabilità abbiano un tasso di disoccupazione del 16,2%, a fronte di un tasso del 9,2% per persone senza disabilità. In Svezia, invece, nel 2008 il 62% delle persone con disabilità aveva un lavoro rispetto al 75% delle persone non disabili. In generale, le persone con disabilità hanno comunque salari più bassi. Sempre negli Stati uniti, nel 2007 il reddito medio di una persona con disabilità con contratto di lavoro a tempo pieno era di 34.200 dollari annui, rispetto ai 40.700 dollari per le persone senza disabilità.
Le discriminazioni sul lavoro sono messe in evidenza anche dalle denunce presentate dagli stessi disabili. Nel biennio 2008/2009, la Commissione per i diritti umani dell’Australia ha ricevuto 980 denunce relative alla disabilità, il 43% del totale. In Canada, ancora, tra il 2007 e il 2009 si sono registrati 102 casi di discriminazione sul lavoro per disabilità su un totale di 206 presentati alla preposta Commissione nazionale. Il rapporto evidenzia pure che durante i periodi di recessione economica si tende a dare minore priorità alle politiche volte alla lotta contro la discriminazione e a promuovere una maggiore consapevolezza dei diritti dei lavoratori.
Le stesse Nazioni Unite stimano che l’80% delle persone diversamente abili, nei Paesi in via di sviluppo viva ben al di sotto della soglia di povertà. Secondo la Banca mondiale, inoltre, il 20% dei poveri del mondo soffre di qualche forma di disabilità. Un importante passo in avanti dal punto di vista legislativo è rappresentato dall’entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei portatori di handicap. Negli ultimi anni, perfino realtà borderline come il Mozambico o il Kazakistan hanno tentato di modificare le proprie norme sul lavoro includendo misure specificamente rivolte alle persone con disabilità.
Più in generale, sono molti i Paesi che nel tempo si sono dotati di leggi contro le discriminazioni. Nel 2007, il Cile e la Corea hanno adottato norme che vietano la discriminazione della disabilità. Altri ancora, come la Thailandia (2007), la Giordania (2007), l’Etiopia (2008), la Malaysia (2008), la Cambogia (2009) e il Vietnam (2010), hanno adottato leggi specifiche in materia di diritti delle persone disabili. In Giamaica, il governo ha stanziato fra il 2008 e il 2009 oltre 20 milioni di dollari per un progetto destinato a fornire piccoli prestiti a persone con disabilità che desiderano avviare una propria attività. Infine l’emancipata Europa, dove si segnala il caso del Regno Unito, che nel 2008 ha attuato un programma speciale di accesso al lavoro per migliaia di persone con difficoltà di apprendimento e disabilità mentale.
Qual è, invece, la situazione del nostro Paese? L’Istat, in una indagine svolta nel 2010, ha certificato che il 66% delle persone con disabilità è fuori dal mercato del lavoro, e il solo collocamento obbligatorio non basta ad elevarne il tasso di occupazione. In questo senso, diventa quanto mai necessario che imprese e istituzioni collaborino per integrare i disabili e valorizzare la diversità in azienda. In un momento di crisi può sembrare ancora più difficile mettere al centro del dibattito il diritto al lavoro delle persone con disabilità, ma proprio per questo è necessario unire gli sforzi, al fine di assicurare il pieno rispetto della Dichiarazione ONU che assicura l’inclusione e l’accessibilità al mondo del lavoro dei disabili.
Proprio la crisi economica di questi ultimi anni non ha certamente risparmiato le persone con disabilità. E’ bene ricordare, infatti, che lo stato di crisi di un’azienda sospende l’obbligo di ottemperare alla legge sulle assunzioni. C’è stato, di conseguenza, un forte rallentamento negli inserimenti. Il dovere, civile e morale, delle istituzioni è dunque quello di ampliare il più possibile gli interventi di tutela, valorizzando ad esempio l’autoimprenditorialità e il ruolo delle cooperative sociali. Auspici, questi, nuovamente espressi dal Laboratorio Lavoro & Disabilità della Fondazione Sodalitas, che giusto a un anno di distanza dal suo lancio propone una serie di iniziative in rete per condividere le esperienze.
Fra queste, sono in programma alcuni incontri formativi per la gestione dell’inclusione in azienda, attraverso cui intraprendere attività di sensibilizzazione sugli strumenti più efficaci per gestire il complesso e delicato tema. “Porte Aperte” è invece un progetto realizzato dalle imprese del Laboratorio, che ospiteranno alcuni studenti universitari disabili per brevi periodi di stage previsti dal loro percorso accademico e attraverso cui conoscere la realtà aziendale ed essere orientati nella scelta della propria futura professione. Infine, è previsto un percorso di formazione scolastica negli istituti superiori per orientare gli studenti con disabilità al mondo del lavoro e alle diverse possibilità di inserimento professionale nell’impresa.
E’ indubbiamente molto, ma è qualcosa che viene messo in campo sempre e soltanto per iniziativa dei soggetti privati più sensibili e disponibili. La speranza è che ora, utilizzando magari anche l’ottima presenza di una personalità come Andrea Riccardi all’appena istituito dicastero per l’Integrazione, anche il pubblico cominci seriamente a fare la propria indispensabile parte.


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Una pessima giornata che non fermerà il cambiamento

venerdì, gennaio 13th, 2012
God save the Presidents! E’ questo il grido che bisognerebbe scandire all’unisono e con forza liberatoria, ripensando all’Italia che era fino a due mesi fa e osservando come ora i giganti della normalità e del buonsenso, Napolitano e Monti, provano tenacemente a rivoluzionarla. Ciò che la nostrana politichetta nazional-popolare non è riuscita ad ottenere in lustri e lustri di rigoroso “tirare a campare”, ora quei due lo invocano e lo promuovono con allegra naturalezza. Anche se non sempre riescono a scardinare le resistenze di chi proprio non vuole rassegnarsi a piegare i particolarismi al bene comune.

E in effetti tanto tuonò che piovve. A furia di agitare lo spauracchio dell’usurpazione, la casta ce l’ha fatta a prendersi la sua estemporanea rivincita sull’ingombrante élite piazzata al governo da un ”megacomplotto delle plutocrazie internazionali”, facendoci ripiombare nel peggior incubo berlusconiano con la fugace riedizione del tristissimo copione appena rimosso dalla vicenda patria a furor di popolo e di spread.
Eppure tutto procedeva nel segno dei migliori auspici: Minzolini scacciato a pedate dalla poltronissima del Tg1, le fantomatiche pulsioni separatiste della Lega private di un’indebita e a lungo tollerata dignità istituzionale, gli evasori fiscali finalmente inseguiti dalla vindice gogna di un rinsavito Stato, per non parlare dei più beceri populismi della trapassata repubblica ridotti ai margini del dibattito politico e dell’azione civile. E aggiungiamoci pure il crollo negli ascolti di trasmissioni televisive come il Grande Fratello, che negli anni addietro rappresentavano un must perfino per chi nutriva aspirazioni di assurgere a ruoli pubblici di primissimo piano.
Potevamo davvero confidare nell’en plein e illuderci che il ceto politico, sull’onda del nuovo corso tutto responsabilità condivise e sacrifici equamente ripartiti, mutasse repentinamente pelle? Troppa grazia. L’infida serpe, almeno per un giorno, ha invece di nuovo sequestrato il parlamento tenendolo occupato non in noiosissime discussioni su come far uscire il Paese dalla crisi bensì nella tracotante difesa del proprio affiliato Cosentino. E proprio nel mentre che i rispettabilissimi soloni dell’alta corte sancivano che quel milioneduecentodiecimilaquattrocentosei valorosi cittadini, che la scorsa estate si erano affannati nella rivendicazione dal basso di un sistema elettorale effettivamente democratico, avrebbero fatto meglio a fare i bagagli e a portare la famiglia al mare. 
Siamo messi male, non c’è che dire. Ma una cosa è certa: senza l’ostinata voglia di dare un taglio netto a certe consunte abitudini che da mesi dilaga nella parte migliore della società, quella che soffre ma non perde la capacità di indignarsi, e senza il coraggio di fare finalmente “pessimo viso a cattivo gioco” mostrato dalla sobria e affiatata coppia Napolitano-Monti, saremmo già sprofondati nel baratro e oggi suoneremmo la lira e balleremmo il sirtaki in compagnia dei cugini greci, rammentando i fasti dei tempi andati nell’olimpo dell’autocommiserazione.
E’ per questa ragione che non bisogna demordere e occorre anzi perseverare nella lotta, magari rinunciando all’insensato berciare in stile Di Pietro (che dimostra sempre di più di non voler sopravvivere all’odiato berlusconismo, di cui è in parte imbevuto) contro i simboli solenni della Costituzione. Perchè stavolta l’orda infame dei peggiori, fuori e dentro il Palazzo, può realmente perdere la guerra, anche se di tanto in tanto  piazzerà ancora qualche colpo di coda.
Fidiamoci dunque dei due nostri degnissimi Presidenti, assai apprezzati nel mondo e talvolta mal sopportati in patria, e continuiamo nel contempo a presidiare le piazze reali e virtuali dell’imperfetta democrazia italiana. Perchè il cambiamento è già cominciato e chi si ostina a sottovalutarne la forza, per miseri opportunismi che poco o nulla hanno a che vedere con le sorti della comunità nazionale, è condannato a farsi travolgere.


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Una pessima giornata che non fermerà il cambiamento

venerdì, gennaio 13th, 2012
God save the Presidents! E’ questo il grido che bisognerebbe scandire all’unisono e con forza liberatoria, ripensando all’Italia che era fino a due mesi fa e osservando come ora i giganti della normalità e del buonsenso, Napolitano e Monti, provano tenacemente a rivoluzionarla. Ciò che la nostrana politichetta nazional-popolare non è riuscita ad ottenere in lustri e lustri di rigoroso “tirare a campare”, ora quei due lo invocano e lo promuovono con allegra naturalezza. Anche se non sempre riescono a scardinare le resistenze di chi proprio non vuole rassegnarsi a piegare i particolarismi al bene comune.

E in effetti tanto tuonò che piovve. A furia di agitare lo spauracchio dell’usurpazione, la casta ce l’ha fatta a prendersi la sua estemporanea rivincita sull’ingombrante élite piazzata al governo da un ”megacomplotto delle plutocrazie internazionali”, facendoci ripiombare nel peggior incubo berlusconiano con la fugace riedizione del tristissimo copione appena rimosso dalla vicenda patria a furor di popolo e di spread.
Eppure tutto procedeva nel segno dei migliori auspici: Minzolini scacciato a pedate dalla poltronissima del Tg1, le fantomatiche pulsioni separatiste della Lega private di un’indebita e a lungo tollerata dignità istituzionale, gli evasori fiscali finalmente inseguiti dalla vindice gogna di un rinsavito Stato, per non parlare dei più beceri populismi della trapassata repubblica ridotti ai margini del dibattito politico e dell’azione civile. E aggiungiamoci pure il crollo negli ascolti di trasmissioni televisive come il Grande Fratello, che negli anni addietro rappresentavano un must perfino per chi nutriva aspirazioni di assurgere a ruoli pubblici di primissimo piano.
Potevamo davvero confidare nell’en plein e illuderci che il ceto politico, sull’onda del nuovo corso tutto responsabilità condivise e sacrifici equamente ripartiti, mutasse repentinamente pelle? Troppa grazia. L’infida serpe, almeno per un giorno, ha invece di nuovo sequestrato il parlamento tenendolo occupato non in noiosissime discussioni su come far uscire il Paese dalla crisi bensì nella tracotante difesa del proprio affiliato Cosentino. E proprio nel mentre che i rispettabilissimi soloni dell’alta corte sancivano che quel milioneduecentodiecimilaquattrocentosei valorosi cittadini, che la scorsa estate si erano affannati nella rivendicazione dal basso di un sistema elettorale effettivamente democratico, avrebbero fatto meglio a fare i bagagli e a portare la famiglia al mare. 
Siamo messi male, non c’è che dire. Ma una cosa è certa: senza l’ostinata voglia di dare un taglio netto a certe consunte abitudini che da mesi dilaga nella parte migliore della società, quella che soffre ma non perde la capacità di indignarsi, e senza il coraggio di fare finalmente “pessimo viso a cattivo gioco” mostrato dalla sobria e affiatata coppia Napolitano-Monti, saremmo già sprofondati nel baratro e oggi suoneremmo la lira e balleremmo il sirtaki in compagnia dei cugini greci, rammentando i fasti dei tempi andati nell’olimpo dell’autocommiserazione.
E’ per questa ragione che non bisogna demordere e occorre anzi perseverare nella lotta, magari rinunciando all’insensato berciare in stile Di Pietro (che dimostra sempre di più di non voler sopravvivere all’odiato berlusconismo, di cui è in parte imbevuto) contro i simboli solenni della Costituzione. Perchè stavolta l’orda infame dei peggiori, fuori e dentro il Palazzo, può realmente perdere la guerra, anche se di tanto in tanto  piazzerà ancora qualche colpo di coda.
Fidiamoci dunque dei due nostri degnissimi Presidenti, assai apprezzati nel mondo e talvolta mal sopportati in patria, e continuiamo nel contempo a presidiare le piazze reali e virtuali dell’imperfetta democrazia italiana. Perchè il cambiamento è già cominciato e chi si ostina a sottovalutarne la forza, per miseri opportunismi che poco o nulla hanno a che vedere con le sorti della comunità nazionale, è condannato a farsi travolgere.


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Debiti, diseguaglianze, solitudine: la crisi è sempre più assassina

sabato, gennaio 7th, 2012
Non solo Cortina, con l’infinita orda di infami truffaldini giustamente scovati dal “famelico fisco” e abituati a campare nel lusso a spese dei cittadini onesti. E non solo Lele Mora, iscritto per meriti acquisiti sul campo al predetto club di furbastri impenitenti, al quale mi sento di suggerire con una punta di cinico entusiasmo, la prossima volta che sarà percorso da impeti di generosità verso il mondo, di ricorrere a metodi ben più efficaci degli innocui cerottini per la bua. No, lorsignori tutto sono fuorché vittime e non meritano alcuna indulgenza. Perchè la crisi, purtroppo, sta continuando a mietere vittime reali aggredendo soprattutto quei settori della società più esposti ed indifesi.

Il suicidio, che di recente sta guadagnandosi la ribalta delle cronache nazionali, è diventato quasi una tendenza di massa, praticata con drammatica e quotidiana regolarità da ogni sorta di reietto dai meccanismi del sistema. Nelle carceri, sovraffollate ai limiti dell’inumano, la contabilità dei morti per solitudine è ormai attestata su livelli apocalittici; nel mondo del lavoro, decine di giovani precari senza futuro e di padri di famiglia che perdono il posto ricorrono sempre più spesso all’estremo gesto di disperazione; infine le new entry, persone che fino a poco tempo fa venivano considerate privilegiate, piccoli e medi imprenditori divenuti insolventi proprio malgrado, abbattuti dagli effetti nefasti di una crisi economica senza precedenti e strozzati dai debiti.
Il boom del fenomeno ha cominciato a manifestarsi più intensamente a partire dal 2009, certificato da una indagine di Eures condotta sulla prima ondata di fallimenti e di licenziamenti che ha rivelato il lato più cupo della recessione: fra chi ha perso il lavoro, che si tratti di imprenditori o di dipendenti, la decisione di ricorrere al suicidio è aumentata di oltre il 40% in un anno, con la triste media di un morto al giorno.
A livello più generale, benchè frequentissimo fra i giovani in cerca di prima occupazione o segnati da gravi condizioni di precarietà economica, sul piano socio-demografico il suicidio si conferma decisamente più diffuso nella fascia più anziana di popolazione, con maggiore incidenza al Nord (1.600 casi soltanto nel 2009 pari al 53,6% del totale, a fronte dei 561 casi del Centro e degli 825 del Sud). Il dato più preoccupante si riferisce alla comune “matrice economica” dello stato di sofferenza, a conferma della forte interdipendenza, innanzitutto a livello identitario, fra capacità di ruolo sociale e, per l’appunto, autonomia economico-occupazionale.
E’ negli ultimi 12 mesi, invece, che gli organi di informazione hanno dovuto battere con crescente frequenza le notizie di suicidi fra i titolari di aziende in crisi. Nel Nord-Est, in proposito, si registra un vero e proprio allarme sociale. Al di là degli episodi più recenti che hanno funestato il periodo natalizio (e che per la verità hanno riguardato pure le regioni meridionali), già nel 2010, soprattutto nel settore dell’edilizia, decine di imprenditori si erano uccisi non potendo più far fronte ai loro problemi economici. Al punto da indurre l’Associazione Costruttori del Veneto, per tentare di arginare il macabro andazzo, a rivolgersi al noto luminare della psichiatria Vittorino Andreoli.
Le cause della disperazione sono sempre le stesse: eccesso di burocrazia, ritardati pagamenti da parte della pubblica amministrazione, insostenibilità dell’imposizione fiscale, inaccessibilità al sistema creditizio, ricorso alla rete illegale dell’usura. E quando un’azienda è costretta a dichiarare default, come è ovvio, tanti operai e dipendenti finiscono per strada assieme al proprio datore di lavoro, andando ad ampliare la zona grigia della sofferenza.
E qui interviene il dibattito su Equitalia ed i suoi metodi di riscossione, con molti osservatori, in particolare proprio nel cosiddetto “popolo delle partite iva”, che le lanciano legittimamente strali definendola come una sorta di spietato vampiro che soffoca la libera iniziativa e impedisce la crescita economica, inducendo cittadini e imprese a forme estreme di rivolta e non di rado alla morte.
Circostanza, quest’ultima, che non può in alcun modo diventare un alibi sia per quanti eludono ed evadono le tasse frodando coscientemente lo Stato (soggetti che costituiscono il vero impedimento allo sviluppo e la principale causa del diffuso disagio nel Paese), sia per coloro che vogliono strumentalizzare solo a fini ideologici la dura attualità dispensando pallottole a destra e a manca.
Beppe Grillo ha senza dubbio esagerato con la provocazione di affermare che vanno comprese le ragioni anche di chi compie atti terroristici contro le sedi di Equitalia, ma sono altresì inopportune le intimidazioni verbali rivolte all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza, solo perchè esercitano il proprio dovere di effettuare controlli e di perseguire le illegalità, da molti esponenti di Pdl e Lega. Due forze politiche che hanno governato per 10 anni l’Italia, fino a due mesi fa, tollerando sistematicamente (spesso perfino incoraggiandoli) i comportamenti illeciti di chi non si è mai curato di partecipare dei sacrifici a cui tutti siamo oggi chiamati per evitare il tracollo del sistema-nazione.
Questo non è più il tempo dei populismi, delle carezze interessate ai settori dell’elettorato ritenuti più prossimi, degli egoismi e degli schiamazzi. La fase attuale è talmente grave che nessuno, specialmente fra chi riveste ruoli di responsabilità politica, può più permettersi di giocare col futuro della gente per i meschini tornaconti di lobby più o meno pulite.
E allora, se essi servono a sostenere l’arduo percorso di salvezza del Paese, ben vengano i blitz degli agenti del fisco, al Nord come al Sud, nel privato come nel pubblico, a dimostrare che non è vero che lo Stato è assente o non è capace di colpire chi si sottrae all’obbligo civile e morale dell’onestà. Ma ben vengano pure leggi più eque sul piano della concorrenza e della crescita, una burocrazia meno vessatoria e onerosa, un sistema creditizio più trasparente e flessibile.
Perchè, tornando alla riflessione di partenza, è fra i meno garantiti che si annidano i rischi maggiori di cedere all’oblio. Fra i derelitti di una società profondamente ingiusta e irresponsabile in cui chi ha troppo non ha mai concesso nulla al senso comunitario anzi, ha sempre spremuto il sistema e preteso di più; e chi ha poco non ha di contro più nulla da perdere, nemmeno la propria dignità.
Dei tanti casi di suicidio degli ultimi giorni, colpisce in modo particolare quello dell’anziano pensionato di Bari che si è tolto la vita per paura di non riuscire a restituire all’Inps la somma di 5 mila euro indebitamente percepita (per un errore di calcolo dell’Inps stesso) e di perdere conseguentemente la propria unica casa. L’uomo, di 75 anni, viveva con 700 euro al mese frutto di una pensione sociale italiana e di due miseri assegni elargiti da Germania e Olanda, dove aveva lavorato per qualche anno da giovane emigrante. L’ente previdenziale gli ha fatto recapitare la lettera fra Natale e Capodanno, invitandolo a rimborsare quanto dovuto con rate di 50 euro al mese che per lui, fra cibo e bollette, erano comunque un’enormità. Così è intervenuta, risolutivamente, la depressione assassina.
Depressione e solitudine, accanto alle motivazioni economiche, sono le altre principali cause del suicidio, capaci di infierire anche per futili motivi o comunque senza apparenti e valide ragioni. Come a Vicenza, dove una ragazzina di 15 anni si è ammazzata, stando allo sfogo da lei stessa affidato al profilo di facebook prima di andarsene per sempre, perchè “delusa dal Capodanno”. O come a Ferrara, dove uno stimato avvocato, presidente delle Camere penali e impegnatissimo sul versante della lotta alla mafia, ha deciso improvvisamente di impiccarsi in garage.
L’angoscia letale è dunque un sentimento trasversale e beffardamente democratico, che non tiene affatto conto dell’età o del ceto sociale quando sceglie la propria vittima. Chi pare non poter sfuggire alle sue grinfie, ancor più che i disoccupati o gli imprenditori falliti, è la dannata categoria dei detenuti, definita dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno come una “prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile” . Forse fra le questioni eticamente più pressanti, assieme a quella della cittadinanza ai figli degli immigrati nati nel nostro Paese, con cui il governo dei tecnici e il parlamento degli screditati dovranno presto misurarsi.
Anche dentro le carceri l’anno appena iniziato sta seguendo la stessa scia di morte di quelli precedenti, con il bollettino dei suicidi continuamente aggiornato dall’osservatorio dell’Associazione Antigone e dall’Agenzia Radicale. I numeri parlano chiaro: dal 1997 a tutto il 2011 si sono tolti la vita negli Istituti di pena 882 detenuti e 90 agenti di custodia; solo lo scorso anno si sono contati 66 casi di suicidio fra i reclusi (ma su altri 23 casi le ingadini sono ancora in corso), un terzo dei quali stranieri; nella prima settimana del 2012, infine, sono già quattro i suicidi accertati. A tutto questo bisogna aggiungere che negli ultimi 24 mesi, grazie all’intervento del personale di vigilanza, sono stati sventati 2000 tentativi di suicidio fra i detenuti, quasi tutti di età inferiore ai 40 anni e perlopiù sottoposti a custodia in attesa di giudizio.
Le organizzazioni italiane da sempre attive nel campo dei diritti civili, cogliendo proprio la rinnovata apertura di sensibilità del Presidente della Repubblica, tornano ora a chiedere a gran voce alle istituzioni di porre fine a questa strage infinita, attraverso misure in grado di risolvere finalmente l’annosa problematica del sovraffolammento e mediante controlli più accurati sulle condizioni di permanenza dei detenuti all’interno dei penitenziari e sul trattamento loro riservato.
Considerando i moti tempestosi di rinnovamento che stanno attraversando l’intero pianeta a livello politico ed economico, con effetti non sempre positivi sulle popolazioni interessate, è del tutto evidente come proprio questo sia il momento di mettere da parte egoismi e interessi di parte per sforzarsi invece di contribuire al benessere della comunità alla quale si appartiene innanzitutto sul piano dell’affermazione dei diritti e delle opportunità, ciascuno secondo le proprie possibilità. Solo così si potrà sperare di abbattere realmente il muro delle sperequazioni, offrendo a chi soffre del “male di vivere” l’appiglio della dignità umana.
L’Italia, in particolare, sperduta provincia del decadente impero occidentale, se non saprà dimostrarsi all’altezza delle sfide presenti e future cancellando con un deciso colpo di spugna le proprie ataviche storture morali e culturali (dai rapporti di Transparency risultiamo anche nel 2010 fra i Paesi più corrotti al mondo, Censis e Istat continuano a ripeterci che il 30% dei nostri giovani non lavora, Openpolis descrive la classe politica italiana come la meno competente e la più pagata d’Europa, senza scordarci della criminalità organizzata e del debito pubblico e della già citata evasione fiscale), condannerà se stessa all’autoannientamento.
Sarà poi la storia a decidere se bisognerà parlare della nostra fine ingloriosa come di un imprevisto incidente di percorso o come di un suicidio collettivo consapevole.


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Debiti, diseguaglianze, solitudine: la crisi è sempre più assassina

sabato, gennaio 7th, 2012
Non solo Cortina, con l’infinita orda di infami truffaldini giustamente scovati dal “famelico fisco” e abituati a campare nel lusso a spese dei cittadini onesti. E non solo Lele Mora, iscritto per meriti acquisiti sul campo al predetto club di furbastri impenitenti, al quale mi sento di suggerire con una punta di cinico entusiasmo, la prossima volta che sarà percorso da impeti di generosità verso il mondo, di ricorrere a metodi ben più efficaci degli innocui cerottini per la bua. No, lorsignori tutto sono fuorché vittime e non meritano alcuna indulgenza. Perchè la crisi, purtroppo, sta continuando a mietere vittime reali aggredendo soprattutto quei settori della società più esposti ed indifesi.

Il suicidio, che di recente sta guadagnandosi la ribalta delle cronache nazionali, è diventato quasi una tendenza di massa, praticata con drammatica e quotidiana regolarità da ogni sorta di reietto dai meccanismi del sistema. Nelle carceri, sovraffollate ai limiti dell’inumano, la contabilità dei morti per solitudine è ormai attestata su livelli apocalittici; nel mondo del lavoro, decine di giovani precari senza futuro e di padri di famiglia che perdono il posto ricorrono sempre più spesso all’estremo gesto di disperazione; infine le new entry, persone che fino a poco tempo fa venivano considerate privilegiate, piccoli e medi imprenditori divenuti insolventi proprio malgrado, abbattuti dagli effetti nefasti di una crisi economica senza precedenti e strozzati dai debiti.
Il boom del fenomeno ha cominciato a manifestarsi più intensamente a partire dal 2009, certificato da una indagine di Eures condotta sulla prima ondata di fallimenti e di licenziamenti che ha rivelato il lato più cupo della recessione: fra chi ha perso il lavoro, che si tratti di imprenditori o di dipendenti, la decisione di ricorrere al suicidio è aumentata di oltre il 40% in un anno, con la triste media di un morto al giorno.
A livello più generale, benchè frequentissimo fra i giovani in cerca di prima occupazione o segnati da gravi condizioni di precarietà economica, sul piano socio-demografico il suicidio si conferma decisamente più diffuso nella fascia più anziana di popolazione, con maggiore incidenza al Nord (1.600 casi soltanto nel 2009 pari al 53,6% del totale, a fronte dei 561 casi del Centro e degli 825 del Sud). Il dato più preoccupante si riferisce alla comune “matrice economica” dello stato di sofferenza, a conferma della forte interdipendenza, innanzitutto a livello identitario, fra capacità di ruolo sociale e, per l’appunto, autonomia economico-occupazionale.
E’ negli ultimi 12 mesi, invece, che gli organi di informazione hanno dovuto battere con crescente frequenza le notizie di suicidi fra i titolari di aziende in crisi. Nel Nord-Est, in proposito, si registra un vero e proprio allarme sociale. Al di là degli episodi più recenti che hanno funestato il periodo natalizio (e che per la verità hanno riguardato pure le regioni meridionali), già nel 2010, soprattutto nel settore dell’edilizia, decine di imprenditori si erano uccisi non potendo più far fronte ai loro problemi economici. Al punto da indurre l’Associazione Costruttori del Veneto, per tentare di arginare il macabro andazzo, a rivolgersi al noto luminare della psichiatria Vittorino Andreoli.
Le cause della disperazione sono sempre le stesse: eccesso di burocrazia, ritardati pagamenti da parte della pubblica amministrazione, insostenibilità dell’imposizione fiscale, inaccessibilità al sistema creditizio, ricorso alla rete illegale dell’usura. E quando un’azienda è costretta a dichiarare default, come è ovvio, tanti operai e dipendenti finiscono per strada assieme al proprio datore di lavoro, andando ad ampliare la zona grigia della sofferenza.
E qui interviene il dibattito su Equitalia ed i suoi metodi di riscossione, con molti osservatori, in particolare proprio nel cosiddetto “popolo delle partite iva”, che le lanciano legittimamente strali definendola come una sorta di spietato vampiro che soffoca la libera iniziativa e impedisce la crescita economica, inducendo cittadini e imprese a forme estreme di rivolta e non di rado alla morte.
Circostanza, quest’ultima, che non può in alcun modo diventare un alibi sia per quanti eludono ed evadono le tasse frodando coscientemente lo Stato (soggetti che costituiscono il vero impedimento allo sviluppo e la principale causa del diffuso disagio nel Paese), sia per coloro che vogliono strumentalizzare solo a fini ideologici la dura attualità dispensando pallottole a destra e a manca.
Beppe Grillo ha senza dubbio esagerato con la provocazione di affermare che vanno comprese le ragioni anche di chi compie atti terroristici contro le sedi di Equitalia, ma sono altresì inopportune le intimidazioni verbali rivolte all’Agenzia delle Entrate e alla Guardia di Finanza, solo perchè esercitano il proprio dovere di effettuare controlli e di perseguire le illegalità, da molti esponenti di Pdl e Lega. Due forze politiche che hanno governato per 10 anni l’Italia, fino a due mesi fa, tollerando sistematicamente (spesso perfino incoraggiandoli) i comportamenti illeciti di chi non si è mai curato di partecipare dei sacrifici a cui tutti siamo oggi chiamati per evitare il tracollo del sistema-nazione.
Questo non è più il tempo dei populismi, delle carezze interessate ai settori dell’elettorato ritenuti più prossimi, degli egoismi e degli schiamazzi. La fase attuale è talmente grave che nessuno, specialmente fra chi riveste ruoli di responsabilità politica, può più permettersi di giocare col futuro della gente per i meschini tornaconti di lobby più o meno pulite.
E allora, se essi servono a sostenere l’arduo percorso di salvezza del Paese, ben vengano i blitz degli agenti del fisco, al Nord come al Sud, nel privato come nel pubblico, a dimostrare che non è vero che lo Stato è assente o non è capace di colpire chi si sottrae all’obbligo civile e morale dell’onestà. Ma ben vengano pure leggi più eque sul piano della concorrenza e della crescita, una burocrazia meno vessatoria e onerosa, un sistema creditizio più trasparente e flessibile.
Perchè, tornando alla riflessione di partenza, è fra i meno garantiti che si annidano i rischi maggiori di cedere all’oblio. Fra i derelitti di una società profondamente ingiusta e irresponsabile in cui chi ha troppo non ha mai concesso nulla al senso comunitario anzi, ha sempre spremuto il sistema e preteso di più; e chi ha poco non ha di contro più nulla da perdere, nemmeno la propria dignità.
Dei tanti casi di suicidio degli ultimi giorni, colpisce in modo particolare quello dell’anziano pensionato di Bari che si è tolto la vita per paura di non riuscire a restituire all’Inps la somma di 5 mila euro indebitamente percepita (per un errore di calcolo dell’Inps stesso) e di perdere conseguentemente la propria unica casa. L’uomo, di 75 anni, viveva con 700 euro al mese frutto di una pensione sociale italiana e di due miseri assegni elargiti da Germania e Olanda, dove aveva lavorato per qualche anno da giovane emigrante. L’ente previdenziale gli ha fatto recapitare la lettera fra Natale e Capodanno, invitandolo a rimborsare quanto dovuto con rate di 50 euro al mese che per lui, fra cibo e bollette, erano comunque un’enormità. Così è intervenuta, risolutivamente, la depressione assassina.
Depressione e solitudine, accanto alle motivazioni economiche, sono le altre principali cause del suicidio, capaci di infierire anche per futili motivi o comunque senza apparenti e valide ragioni. Come a Vicenza, dove una ragazzina di 15 anni si è ammazzata, stando allo sfogo da lei stessa affidato al profilo di facebook prima di andarsene per sempre, perchè “delusa dal Capodanno”. O come a Ferrara, dove uno stimato avvocato, presidente delle Camere penali e impegnatissimo sul versante della lotta alla mafia, ha deciso improvvisamente di impiccarsi in garage.
L’angoscia letale è dunque un sentimento trasversale e beffardamente democratico, che non tiene affatto conto dell’età o del ceto sociale quando sceglie la propria vittima. Chi pare non poter sfuggire alle sue grinfie, ancor più che i disoccupati o gli imprenditori falliti, è la dannata categoria dei detenuti, definita dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno come una “prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile” . Forse fra le questioni eticamente più pressanti, assieme a quella della cittadinanza ai figli degli immigrati nati nel nostro Paese, con cui il governo dei tecnici e il parlamento degli screditati dovranno presto misurarsi.
Anche dentro le carceri l’anno appena iniziato sta seguendo la stessa scia di morte di quelli precedenti, con il bollettino dei suicidi continuamente aggiornato dall’osservatorio dell’Associazione Antigone e dall’Agenzia Radicale. I numeri parlano chiaro: dal 1997 a tutto il 2011 si sono tolti la vita negli Istituti di pena 882 detenuti e 90 agenti di custodia; solo lo scorso anno si sono contati 66 casi di suicidio fra i reclusi (ma su altri 23 casi le ingadini sono ancora in corso), un terzo dei quali stranieri; nella prima settimana del 2012, infine, sono già quattro i suicidi accertati. A tutto questo bisogna aggiungere che negli ultimi 24 mesi, grazie all’intervento del personale di vigilanza, sono stati sventati 2000 tentativi di suicidio fra i detenuti, quasi tutti di età inferiore ai 40 anni e perlopiù sottoposti a custodia in attesa di giudizio.
Le organizzazioni italiane da sempre attive nel campo dei diritti civili, cogliendo proprio la rinnovata apertura di sensibilità del Presidente della Repubblica, tornano ora a chiedere a gran voce alle istituzioni di porre fine a questa strage infinita, attraverso misure in grado di risolvere finalmente l’annosa problematica del sovraffolammento e mediante controlli più accurati sulle condizioni di permanenza dei detenuti all’interno dei penitenziari e sul trattamento loro riservato.
Considerando i moti tempestosi di rinnovamento che stanno attraversando l’intero pianeta a livello politico ed economico, con effetti non sempre positivi sulle popolazioni interessate, è del tutto evidente come proprio questo sia il momento di mettere da parte egoismi e interessi di parte per sforzarsi invece di contribuire al benessere della comunità alla quale si appartiene innanzitutto sul piano dell’affermazione dei diritti e delle opportunità, ciascuno secondo le proprie possibilità. Solo così si potrà sperare di abbattere realmente il muro delle sperequazioni, offrendo a chi soffre del “male di vivere” l’appiglio della dignità umana.
L’Italia, in particolare, sperduta provincia del decadente impero occidentale, se non saprà dimostrarsi all’altezza delle sfide presenti e future cancellando con un deciso colpo di spugna le proprie ataviche storture morali e culturali (dai rapporti di Transparency risultiamo anche nel 2010 fra i Paesi più corrotti al mondo, Censis e Istat continuano a ripeterci che il 30% dei nostri giovani non lavora, Openpolis descrive la classe politica italiana come la meno competente e la più pagata d’Europa, senza scordarci della criminalità organizzata e del debito pubblico e della già citata evasione fiscale), condannerà se stessa all’autoannientamento.
Sarà poi la storia a decidere se bisognerà parlare della nostra fine ingloriosa come di un imprevisto incidente di percorso o come di un suicidio collettivo consapevole.


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