Economia

Liberalizzazioni e riforme, avanti tutta! Contro i populismi e i privilegi che incatenano il Paese

giovedì, gennaio 19th, 2012
Ripartire dall’ABC non è affatto un dramma. Specie se ciò significa, al di là della coincidenza con le iniziali dei tre leader delle forze parlamentari che oggi sostengono il governo Monti, innanzitutto recuperare il fondamentale senso delle regole e quell’amore per l’interesse comune sciaguratamente rimosso dalle quotidiane preoccupazioni nazionali. Il ceto politico, nel suo complesso autoreferenziale e carente in termini di buonsenso e lungimiranza, abbisogna più di altre categorie di emendarsi dalle gravissime responsabilità morali accumulate dinanzi a una società troppo a lungo malamente guidata e diseducata.

L’occasione, splendida e irripetibile, la fornisce proprio la provvidenziale parentesi del nuovo esecutivo tecnico, assieme agli inevitabili temi all’ordine del giorno in materia di riforme e di liberalizzazioni. Sapendo che occorrerà sfidare e vincere, stavolta sul serio, le basse speculazioni e le odiose resistenze trasversali delle tante corporazioni italiane e dei populismi irresponsabilmente avvezzi ad assecondarne gli egoistici pruriti.
La politica ha pertanto due strade davanti a sé: da un lato, può perseverare nel comodo ruolo di regina di tutte le caste, continuando a ignorare la tempesta del cambiamento in atto e l’urgenza di forti misure ad un tempo di contrasto e di salvezza; d’altro canto, può rimboccarsi le maniche e prodursi in uno scatto di orgoglio decisivo, per svolgere finalmente quelle funzioni che pure la Costituzione le riconosce nella suprema visione di concorrere al benessere collettivo.
Ogni arroccamento è allo stato dei fatti irragionevole oltre che fuori tempo massimo. Una questione, questa, che investe molto da vicino le stesse parti sociali con le organizzazioni sindacali, in particolare, chiamate a perseguire soluzioni possibili di confronto nella direzione di affermare il sacrosanto principio di equità pure dentro ambiti sensibili come il welfare e il mercato del lavoro, tradizionalmente viziati da logiche conservatrici. 
Le parole d’ordine del governo Monti, in questo senso, non possono non incontrare ampia condivisione. Perché la lotta alle non più tollerabili posizioni di rendita precostituite, in economia come nel mondo del lavoro e delle professioni, è un inatteso refolo di modernità che soffia su una società arcaica e chiusa a riccio come la nostra. Anzi, alle mobilitazioni e agli scioperi di tassisti e benzinai, di notai e farmacisti e di ogni segmento palesemente più garantito di altri meno rumorosi, bisognerebbe rispondere con un sonoro e appropriato “chissenefrega!”.

La linea settaria del “NO” aprioristico ad ogni spiraglio di riforma, infatti, è destinata al fallimento e risulta profondamente ingiusta agli occhi della stragrande maggioranza di cittadini che, invece, soprattutto dopo le prime avvisaglie di cambiamento di rotta sul versante ad esempio del contrasto all’elusione e all’evasione fiscale, dimostra di aver compreso senza ambiguità di sorta l’indispensabile utilità di certi pur dolorosi percorsi legislativi. Senza scordare che i sacrifici imposti a furor di spread, oltre a servire alla salvezza del sistema Italia nel suo insieme, sono innanzitutto necessari alla creazione di migliori prospettive per i giovani, la vera e drammatica questione del nostro tempo.
Merito e concorrenza, legalità e responsabilità sono concetti e valori che vanno lasciati vibrare alleggerendoli dalle infami zavorre dei privilegi, spesso conseguiti solo con furbi espedienti e difesi con la forza del ricatto. Un ragazzo che si è laureato in farmacia o in legge o in medicina deve poter avviare la propria attività semplicemente perché vale e non in quanto è figlio di farmacisti o di notai o di medici. Analogamente, più taxi in città, maggiori possibilità di scelta fra compagnie petrolifere alternative alla stessa pompa di benzina e un mercato energetico realmente libero equivalgono a opzioni tariffarie più convenienti per un’utenza fortemente disagiata sul piano economico a causa della grave contingenza. E non è un caso che fra chi sostiene il tentativo del governo di modernizzare l’economia vi siano le maggiori associazioni dei consumatori.
Le piazze in rivolta avevano certamente motivo d’essere fino a qualche settimana fa, quando l’irresponsabilità di “un sol uomo al comando” e la sua ostinata resistenza al potere hanno finito per rendere ancor più dura e di difficile risoluzione la pesante situazione sociale del Paese determinata, come nel resto dell’occidente, dagli effetti perversi di decenni di politiche ultra-liberiste in campo finanziario. 
Ma oggi, proprio per evitare il tracollo definitivo, occorre che tutti giochino nella stessa squadra evitando di attardarsi in inutili discussioni sulle cause, che comunque non vanno rimosse, del degradato scenario nel quale viviamo. Gli egoismi vanno rimossi senza se e senza ma. Così come l’ancora poderosa demagogia che arringa a destra e a manca.

Chi oggi sbraita ai quattro venti, additando alle folle un nuovo e immaginario “nemico del popolo” solo per conservare un briciolo di visibilità (si tratta di una compagnia assai bizzarra e variopinta: da Grillo, Vendola e Di Pietro a Bossi e qualche berluscones più realista del re), francamente non può non essere considerato in assoluta mala fede. All’elenco delle liberalizzazioni, insomma, onde poter meglio rieducare la stessa comunità nazionale ne manca una forse perfino più urgente delle altre: riformare il livello della rappresentanza politica, imponendole qualche simbolico boccone amaro sulla medesima scia lastricata di lacrime e sangue già ripetutamente percorsa dai cittadini e costringendola a varare una nuova e più democratica legge elettorale.
Se siamo in presenza di uno Stato inefficiente e dominato dalle diseguaglianze, tanto da richiedere un piano di misure straordinarie, lo si deve prevalentemente all’azione nefasta della cattiva politica e del cattivo sindacato sempre intenti, per un verso, ad alimentare l’orda infinita di privilegiati e ad incoraggiare opportunismi e comportamenti incivili; per l’altro, a garantire la conservazione delle rendite sociali ed economiche accumulate a spese della collettività. Quando si obietta che “questa è l’Italia e non cambierà mai niente” si fa torto all’onestà e all’intelligenza di chi sinceramente si sente indignato, senza bisogno di lasciarsi andare ad eccessi o di seguire facili onde emotive.
Invece il cambiamento è possibile ed è pure già in corso, qualcosa di estremamente faticoso ma appena agli inizi. E da qualche parte, in effetti, bisognava pur cominciare nello sforzo – niente affatto blando come i soliti professionisti del populismo in giacca e cravatta osano sostenere – di risanamento economico, morale e culturale dell’Italia. Uno sforzo che in questa fase appare concentrato su settori più circoscritti seppure non meno influenti nel mercato delle lobby, ma che è destinato a proseguire, come lascia intendere la bozza ancora provvisoria del decreto del governo, fino a intaccare guarentigie ben più corpose attivissime tanto nel mondo della finanza e dell’energia, quanto nei servizi pubblici locali e nella sproporzionata macchina del welfare. 

I dubbi residui riguardano due specifiche materie: il controverso art. 18 che pure meriterebbe, dopo il giusto innalzamento dell’età pensionabile e l’eliminazione dell’assurda difformità di trattamento previdenziale fra il regime retributivo e quello contributivo, un approfondimento scevro da pregiudizi ideologici proprio alla luce dell’urgenza di fornire garanzie e opportunità a quella generazione senza volto oggi completamente estromessa dal mercato del lavoro; inoltre, nel novero dei servizi locali suscettibili di interventi, la gestione del sistema idrico poiché un indirizzo privatistico andrebbe ad inficiare la netta volontà referendaria espressa di recente esattamente nella direzione opposta da 26 milioni di cittadini.
In ogni caso, la politica e l’”alta società” italiane dovranno d’ora in avanti tener conto della nuova aria che tira nella base popolare, facendo responsabilmente la propria parte e smettendola di giocare sporco congiurando contro un governo che, nonostante tutto, continua a registrare un grado di favore nell’opinione pubblica che ha del miracoloso. Circostanza che potrebbe suscitare l’invidia dei partiti, soprattutto in virtù dei magri risultati dei sondaggi elettorali che contestualmente confermano il crescente sentimento di idiosincrasia della gente rispetto alla “casta” per antonomasia.
Saranno dunque le forze politiche, almeno quelle che ora forniscono appoggio parlamentare all’esecutivo guidato da Mario Monti, in grado di mantenere coerentemente fino al termine della legislatura questo impegno solenne di consentire alle élite al governo di provare a salvare il Paese? Saprà il Pd resistere alle sirene della parte più massimalista del sindacato e ai timori di perdere consensi sul proprio versante sinistro? Infine, saprà il Pdl mostrarsi sempre meno “berlusconicentrico” e più disponibile ad emarginare le sacche di estremismo reazionario al proprio interno?
Lo spread e i mercati, come è evidente a tutti gli osservatori, continuano a restare molto instabili nonostante l’Europa e Napolitano siano riusciti dopo mille peripezie a far saltare da Palazzo Chigi il tappo che teneva bloccato il sistema Italia impedendogli di contrastare efficacemente il declino. La verità, purtroppo, prescindendo dalle improbabili analisi di maniera variamente interessate, non è poi così difficile da ipotizzare. Il messaggio che la finanza globale lancia al nostro Paese è di forte timore rispetto all’eventuale repentino ritorno al potere dell’attuale classe politica, per di più senza preventivi aggiustamenti dei meccanismi elettorali e gli opportuni ricambi generazionali.

Un’incertezza alimentata non tanto dalla minoritaria schiera di urlanti oppositori e contestatori delle politiche del governo, quanto appunto dalla condotta ambivalente dei due principali partiti italiani nei confronti dei propositi che esso esprime e che invece, oltre a non essere come detto disdegnati in patria dai cittadini, registrano il favore dell’establishment internazionale che andrebbe a sua volta sottoposto ad un’accurata revisione per quanto attiene agli strumenti di governance della politica economica.
Per citare una recente e puntualissima analisi di Giuseppe Turani, lo spauracchio che si aggira dalle parti di Bruxelles e sui mercati stessi è che ci si possa ritrovare entro la prossima primavera senza più l’attuale esecutivo in sella, con la strada spianata alla riproposizione delle stesse coalizioni che hanno caratterizzato il bipolarismo rozzo degli ultimi vent’anni e contribuito in larga misura al disastro attuale, incapaci di prendere decisioni e perennemente perse in estenuanti mediazioni e in risse televisive. 

Ecco perché uno con le capacità e il coraggio di Monti dovremmo tenercelo ben stretto, che non vuol dire mortificare la democrazia né ridimensionare la nostra sovranità nazionale in nome di presunte ingerenze esterne e nemmeno rinunciare alla normale dialettica civile. Significa solo cercare di attuare una piattaforma di riforme non più rinviabili, pretendere maggiore equità sociale fra i cittadini e più trasparenza nell’esercizio del potere da parte delle istituzioni, invocare regole meno opprimenti ma chiare e rispettate da tutti, sostenere il merito e favorire uguali diritti e opportunità per chiunque abbia voglia di crescere individualmente all’interno di una società più giusta, coesa e consapevole dei propri doveri. 

Nella speranza che le corporazioni e le caste di ogni settore, assieme ai furbi e agli incapaci che sempre imperversano nella società e nella politica del nostro Paese, non rompano questo incantesimo e ricomincino a fare danni.


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